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Social “in malafede”

Qualche giorno fa, stanca di leggere l’ennesimo post riferito al #referendum costituzionale, di dubbia correttezza, o meglio di palese scorrettezza, mi sono permessa uno sfogo esplicito sul mio profilo Facebook, io che di politica non scrivo mai – e poi spiego perché.

Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstadt doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!
Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstad doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!

Ieri Aldo Grasso ha dedicato la rubrica Padiglione Italia del Corriere della Sera, a “Titti Brunetta, la vestale del post verità”, e ai suoi 19 mesi di tweet sotto mentite spoglie.

Cos’era successo?
Ce lo racconta Jacopo Jacoboni in un articolo de La Stampa di Torino:

Beatrice Di Maio è una star del web pro M5S. Si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi – per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga. Nella sua attività, Beatrice si è lasciata sfuggire alcuni tweet che delineano ipotesi di reati come calunnia e diffamazione; o vilipendio alla presidenza della Repubblica. È stata denunciata alla Procura di Firenze dal sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti, come provano alcuni documenti. Ma chi è esattamente Beatrice Di Maio, e ha qualcosa a che fare con la Casaleggio o la comunicazione ufficiale M5S? Si tratta di un account twitter pro M5S dedicato a una demonizzazione anti-Pd, senza disdegnare puntate contro il Quirinale. Beatrice ha 13.994 follower, è un top mediator, dentro un social network relativamente piccolo. Tweet e post di account analoghi diventano virali in Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico.

L’account twitter è stato prima sospeso, poi cancellato e infine si è fatta chiarezza: dietro quell’account c’era Tommasa Giovannoni Ottaviani moglie di Renato Brunetta, portavoce di Forza Italia.

Non stupisce perciò che Aldo Grasso in chiusa commenti:

Titti cinguetta e di lavoro fa l’arredatrice di interni. Dev’essere , se ho capito bene, una che fa nelle case degli altri ciò che non si sognerebbe mai di fare a casa propria.

Naturale perciò ripensare alla lectio magistralis tenuta all’università di Torino, nel giugno del 2015, da Umberto Eco che scatenò un ampio dibattito pubblico:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

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