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«Il Presidente dichiara che i vincitori di “Treviso City Branding” – Bando Nazionale di concorso di idee per la realizzazione del brand, la progettazione grafica del marchio/logotipo e del relativo payoff per la promozione della Città di Treviso sono Ferena Lenzi e Paolo Celotto».

Queste le motivazioni:

1° Classificato “omissis”
I progettisti hanno saputo cogliere l’esigenza fondamentale di un marchio che non deve essere solo riconoscibile, gradevole esteticamente e facilmente declinabile, ma deve esprimere un’identità, un concetto e un senso passibile di letture a più livelli. L’uso di un inglese elementare, internazionale, suggerito dal suffisso “omissis” contenuto nel nome, ha portato ad integrare il pay-off stesso nel marchio, rendendolo originale, e si presta ad interpretare quella che anche in una visione prospettica dovrà essere l’identità prioritaria di Treviso. Treviso è una città aperta all’arte, alla cultura, allo sport ma soprattutto alle persone. Un museo a cielo aperto, quindi, non chiuso, ma vivo e dinamico, in grado di cambiare faccia e immagine a seconda dei diversi ambiti, rappresentati dall’apparato iconografico di supporto.

 

Amici, se venerdì 05 maggio alle 11.30 siete nei pressi del Museo Bailo a Treviso, beh, non perdetevi lo svelamento del logo e la conferenza stampa.
Io e Paolo saremo un bel po’ emozionati…

Al Bailo saranno esposti anche gli elaborati relativi agli  altri 11 progetti selezionati dalla Commissione su 107 progetti presentati. Dall’8 maggio fino al 20 maggio 2017,  l’elaborato vincitore e gli altri selezionati saranno esposti nell’atrio  del Palazzo municipale di Ca’ Sugana (in Via Municipio 16).

Come riuscire a intrecciare il destino di una marca con il destino delle persone?
Innanzitutto ponendosi una domanda, prioritaria rispetto a qualsiasi brief:

What do we want people to feel?

Cosa vogliamo che senta il consumatore di fronte a un prodotto?

Lo ha spiegato, con grande efficacia, Paolo Iabichino della Ogilvy & Mather all’incontro Dalle idee agli ideali. Nuovi scenari della comunicazione, in una serata organizzata da Tipoteca Italiana e FiordiRisorse.

Un esempio su tutti: promettere che un dentifricio garantirà un “sorriso scintillante” è un consumer insight, un bisogno del consumatore, costruito sul niente. Spiegare che il medesimo dentifricio aiuterà ad avere una bocca pulita e sana, significa rispondere a ciò che la persona sente come bisogno reale, concreto.

Riuscire a tracciare e sostenere un’inversione di rotta nella comunicazione e nella pubblicità, passando da un’idea (scintillante) a un ideale, implica un cambiamento del linguaggio, nella semantica, nella visuale. Prendere una posizione (e non preoccuparsi di posizionamento) fa sì che  il portato di valori dell’azienda diventi il portato di valore della persona.

 

 

Al centro del progetto non c’è più il prodotto, ma ci sono le tensioni culturali e ciò che accade nelle esistenze delle persone: è necessario uscire dalla sale riunioni ed entrare in empatia, creare una relazione, far sì che le marche «risuonino» e «impattino» attraverso emozioni contagianti e che in tal modo si facciano scegliere, non comprare.

Allora si sta sul mercato in maniera diversa e i canali social diventano habitat narrativi: la promessa si riempie di significato e l’azienda si assume una responsabilità diversa perché affronta tematiche rilevanti per la persona.

Se pensiamo che il pubblico – definizione che soppianta il concetto di target –, è in grado di accedere da solo alle informazioni, il racconto del prodotto non può più essere funzionale ma solo emotivante.
Se le marche imparano a tirare a sé il pubblico (pull) – stimolando l’affezione e la fidelizzazione – e si concentrano molto meno in messaggi utili per “farsi comprare” (push), forse anche il mondo diventa un po’ più bello.

Lo dimostrano questi splendidi video pubblicitari.

 

 

 

 

 

Qualche giorno fa, stanca di leggere l’ennesimo post riferito al #referendum costituzionale, di dubbia correttezza, o meglio di palese scorrettezza, mi sono permessa uno sfogo esplicito sul mio profilo Facebook, io che di politica non scrivo mai – e poi spiego perché.

Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstadt doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!
Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstad doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!

Ieri Aldo Grasso ha dedicato la rubrica Padiglione Italia del Corriere della Sera, a “Titti Brunetta, la vestale del post verità”, e ai suoi 19 mesi di tweet sotto mentite spoglie.

Cos’era successo?
Ce lo racconta Jacopo Jacoboni in un articolo de La Stampa di Torino:

Beatrice Di Maio è una star del web pro M5S. Si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi – per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga. Nella sua attività, Beatrice si è lasciata sfuggire alcuni tweet che delineano ipotesi di reati come calunnia e diffamazione; o vilipendio alla presidenza della Repubblica. È stata denunciata alla Procura di Firenze dal sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti, come provano alcuni documenti. Ma chi è esattamente Beatrice Di Maio, e ha qualcosa a che fare con la Casaleggio o la comunicazione ufficiale M5S? Si tratta di un account twitter pro M5S dedicato a una demonizzazione anti-Pd, senza disdegnare puntate contro il Quirinale. Beatrice ha 13.994 follower, è un top mediator, dentro un social network relativamente piccolo. Tweet e post di account analoghi diventano virali in Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico.

L’account twitter è stato prima sospeso, poi cancellato e infine si è fatta chiarezza: dietro quell’account c’era Tommasa Giovannoni Ottaviani moglie di Renato Brunetta, portavoce di Forza Italia.

Non stupisce perciò che Aldo Grasso in chiusa commenti:

Titti cinguetta e di lavoro fa l’arredatrice di interni. Dev’essere , se ho capito bene, una che fa nelle case degli altri ciò che non si sognerebbe mai di fare a casa propria.

Naturale perciò ripensare alla lectio magistralis tenuta all’università di Torino, nel giugno del 2015, da Umberto Eco che scatenò un ampio dibattito pubblico:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.

Gli hashtag sono due: #Amadori e #Report.

Attorno a queste due parole si stanno scatenando commenti e tweet da far invidia ai migliori copywriter:

Amadori su Facebook. C’è scritto: di solito risponde entro un’ora. Mi sa che stavolta ci metterà di più. #Report
@spumadacento

Lo voglio proprio rivedere questo signore da domani. #amadori #report 
@gfrisoli

Comunque io di #report non mi fido. Mi fido solo di Francesco Amadori perché mi dà la sua parola. 
@FraGalati

Praticamente i veri “polli” erano dunque i consumatori ! #Amadori #Report
@Marinotoma

Per la fettina di pollo così fina
pipì ed amoxicillina!
@Atropos_Y

Parola di Francesco Amadori #Report
@kappaespada

Amadori. Quella del 10 e lode. #Report #resistenzapassiva 
@Gio_Ioannisci

Efficaci, taglienti, pregnanti, irriverenti, perfino esilaranti, non fosse altro che riguardano un tema caro a tutti noi, che ci tocca ogni volta che portiamo la carne in tavola e per il quale la mancanza di consapevolezza può costituire un pericolo reale per la salute.

L’antefatto è il servizio giornalistico di Sabrina Giannini di Report andato in onda ieri, 29 maggio, su RaiTre, sui batteri resistenti agli antibiotici e sugli antibiotici in generale che assumiamo con il cibo, spesso senza saperlo, perché utilizzati in grande quantità negli allevamenti intensivi di animali.
Tra il materiale raccolto durante l’inchiesta c’erano alcune immagini provenienti da un allevamento di Amadori in Emilia-Romagna in cui, tra le altre cose, si vede un addetto orinare all’interno dell’allevamento, vicino agli animali chiusi al buio, in gabbie strettissime invase dai topi.

Il fatto è che Amadori, una delle principali aziende italiane nel settore avicolo, non ha preso alcuna posizione su quanto raccontato da Report.
Almeno fino al momento in cui sto scrivendo (h 15.30 circa, 30 maggio).

Ora, che i nodi vengano al pettine – se ci si mette la faccia per marketing ma nei fatti la politica aziendale non è così attenta al rispetto delle norme igieniche e ai principi professati di allevamento in “zone protette in bio-sicurezza” –, è solo questione di tempo! Prima o poi accade.

Ma da qui a non attivarsi immediatamente con un #comunicato ufficiale, da diramare su tutti i canali (sito, social, blog, stampa), ce ne vuole!

Far attendere i #consumatori non è rassicurante nè attribuisce maggiore attendibilità alle parole che seguiranno.

Non prendere in mano la situazione, – per spiegare, per fare un mea culpa, perfino per negare –, dà la sensazione che l’azienda non sappia come gestire la #crisi, che – con tutta evidenza – è comunque scoppiata!

Ed è proprio qui il punto: qualcosa è davvero accaduto: il servizio di Report, ma poteva essere la denuncia da parte di un’associazione di animalisti o la causa di servizio di un addetto all’allevamento ammalatosi di un’#infezione incurabile, è uno schiaffo in faccia a tutti i consumatori!

Non si può quindi non fare i conti con tutto ciò ed evitare di gestire gli eventi con trasparenza ed onestà, se non si vuole che il silenzio faccia troppo rumore!

Tipoteca Italiana, sabato 07 maggio.

Una giornata di carattere con ben due eventi aperti a grandi e piccoli: Invasioni Digitali e Festival della Cultura creativa.

Eccomi, quindi, la mattina a instagrammare ancora una volta a distanza di tre anni dalla precedente invasione al Museo.

Il pomeriggio, a tentare di fare l’apprendista tipografa al laboratorio Sporcarsi le mani di Guillaume Bétemps de L’Atelier à l’Envers .

Il risultato? Un foglio messo in macchina al contrario, in perfetta armonia con il titolo del Festival: ABITARE SOTTOSOPRA Scoprire e sperimentare come si sta dentro i luoghi, l’arte e le emozioni!

Splendide foto della giornata in Tipoteca nell’articolo di Guillaume!

N.B. la foto di copertina è di Guillaume.
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Luca Barcellona potrebbe tirarsela un sacco, invece no, è decisamente un tipo sciallo e soprattutto racconta un sacco di cose di sé e del suo lavoro.
L’ho ascoltato al talk di oltre due ore tenuto in Tipoteca Italiana, tempio del carattere e della stampa, luogo perfettamente calzante rispetto alla sua intensissima carriera di calligrafo.
Da writer che negli anni ’90 – qualcuno avrebbe detto – imbrattava i muri della città o i treni alla stazione, è passato a utilizzare un’arte antica come la calligrafia per realizzare opere straordinariamente belle e attuali, perfettamente in linea con i linguaggi e gli strumenti dell’era digitale.

I suoi clienti, tanto per coglierne il livello, – elenco certamente non esaustivo e non definitivo –,  sono Carhartt, Deha, Nike, Mondadori, Zoo York, Dolce&Gabbana, Sony BMG, Seat, Volvo, Universal, Eni, Absolut Vodka, Expo, Galbani, Lavazza, Mont Blanc, Wall Street Institute, Condé Naste e i suoi lavori spaziano tra la realizzazione di copertine di dischi musicali e di libri, logotipi e marchi, campagne pubblicitarie, lettering per prodotti che troviamo sugli scaffali dei supermercati (anche Massimo Vignelli aveva disegnato etichette di bottiglie di vino, Saul Bass il logo di Kleenex e Salvador Dalì addirittura il logo Chupa Chups), performance dal vivo, locandine di film, linee di abbigliamento, e non so più cosa!
Tiene lezioni all’università, fa workshop dalla California all’Australia, è citato in riviste internazionali e in libri, e immagino sia adorato da designer, grafici e soprattutto da Art Director di mezzo mondo.

Ma questo è curriculum.
Ciò che colpisce, oltre alla strabiliante bellezza del risultato, è il pensiero che sta dietro ogni segno di spray, curva del pennello, tratto di Brush Pen, diluizione di colore – ben interpretato dal titolo scelto per il suo libro: “Take Your Pleasure Seriously”, edito da Lazy Dog.
Ogni lavoro emana spiritualità: percezione dello spazio, respiro, pieno e vuoto, mani, armonia del movimento, arte.

 

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Luca – mi è parso chiaro mentre chiacchieravamo a cena, prima della conferenza, e quando, al termine, siamo andati con Sandro (di Tipoteca) a bere un “vino buono, anzi buonissimo” (questo voleva, lui) in un’enoteca a pochi chilometri dall’Auditorium –, è una persona vera, pieno di interessi (il giorno prima del talk era a surfare sul mare ligure), piantato per terra e capace di non prendersi troppo sul serio.
È comprensibile che non sia stato naturale, agli inizi, constatare che una passione come quella del writing e del lettering potesse trasformarsi in lavoro, in un mestiere con una precisa dimensione commerciale, spesso lontano dalla filosofia che aveva condiviso con altri writer che, come lui, ambivano a scrivere la migliore tag identificativa su un vagone alla periferia di Milano. Ne era sorpreso e al contempo, lusingato. Sicuramente, è stato caparbio.

Difficile, infatti, fare tutto da solo, sfatare il pregiudizio “di calligrafia, non si vive”, non poter delegare nemmeno una fase del lavoro (e lo credo: chi sa scrivere con tanta maestria?!), avere brief in cui il cliente ti dice “Fai tu, ci fidiamo” che è come dire “Assumiti tutta la responsabilità”, salvo poi richiedere altre dieci bozzetti, oppure lavorare per ore a un segno e poi vederlo storpiato, adattato o tagliato per esigenze di grafica pubblicitaria e non riconoscersi più nel lavoro…

Allora devi “prendere il tuo piacere seriamente”, continuare a metterci passione e a provare divertimento, e a trasformare passione e divertimento in qualcosa di più grande ancora!

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È davvero cambiata la comunicazione?

Se si cerca la parola réclame sulla Treccani, si ha subito la sensazione di parlare di qualcosa che non solo ha un sapore vintage e un uso non più comune, ma addirittura di un modo del tutto superato di pubblicizzare un prodotto o un servizio.

réclame ‹reklàam› s. f., fr. [in origine, termine tipogr. nel senso di «chiamata», poi breve cenno nel testo di un giornale, con rinvio agli annunci pubblicitarî, e infine pubblicità]. – sinon. ormai meno com. di pubblicità, come attività intesa a dare la più ampia diffusione a un prodotto o a un servizio, ai suoi pregi, alla sua utilità e convenienza: la r. è l’anima del commercio; r. sulla stampa, radiofonica, televisiva; è tutta r., per sottolineare che le qualità decantate di un prodotto o servizio non corrispondono affatto alla realtà. con sign. concr., il mezzo con cui si fa pubblicità: un cartellone, un opuscolo, uno sketch televisivo, che è la r. di un detersivo, di una nuova auto. per estens., riferito a chi cerca in ogni modo di far conoscere e vantare sé stesso e le proprie opere: non tralascia occasione di farsi réclame.

Basta infatti guardare un po’ di immagini riferite alla réclame di 50/60 anni fa per capire che allora si poteva dire al consumatore di comprare il prodotto perché era il migliore del mondo.

 

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Poi le cose sono progressivamente e per fortuna cambiate: 30 anni fa si doveva dire che il prodotto avrebbe portato la felicità nella famiglia,

 

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mentre 10 anni fa sono iniziati i consigli su come usare il prodotto e l’imprenditore ha iniziato a mostrare la faccia, Giovanni Rana primo su tutti.

 

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E oggi? Il consumatore è esigente, informato, complesso, imprevedibile e ha la possibilità di esprimersi in prima persona confrontandosi con un numero ampio di individui, manifestando gusti, interessi, preferenze, dissensi.

Cos’è accaduto? Si è praticamente annullato il significato di cliente e il brand ha scoperto o sta scoprendo, che piaccia o no, di dover instaurare una relazione con il suo pubblico e di dover informare, interessare, catturare l’attenzione, coinvolgere e, solo a conclusione di questo processo, vendere.

La vera rivoluzione è stata compiuta dai social. Tutti noi, siamo always on, sempre connessi, e se da una parte i tempi di relazione tra clienti e aziende si sono estesi, dall’altra i tempi di reazione attesi si sono ristretti.

Le aziende hanno l’occasione di raccontarsi sulla pagina Facebook o sul profilo Instagram con un’immediatezza, una frequenza e un linguaggio impensabili fino a pochi anni fa.

I likers o followers possono commentare, chiedere informazioni, addirittura prenotare o acquistare un servizio direttamente dalla piattaforma e il sito appare assumere un ruolo, pur sempre importante e necessario, di istituzionalità statica che manca un obiettivo: instaurare il dialogo.

Per contro, l’azienda comunica anche quando quando non aggiorna il blog, non posta in LinkedIn, non risponde in tempo ai commenti o non invia newsletter…

 

“Veniamo a sapere…” da L’Amaca del 23/03/2016.

Leggo e reagisco.

Rabbrividirebbe o trasecolarebbe, il Sig. Serra, se gli dicessi che il mio (dignitosissimo, stimolante e pure “tecnologico”!) lavoro di copywriter si avvicina spesso a quello del ghostwriter e che, tra le bizzarre professioni del suo fantomatico prontuario dei mestieri, potrebbe inserirmi alla voce “worksumer 3.0”?!

 

 

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Non mi piace infierire perché è un po’ come lo spot “Ti piace vincere facile?” ma la faccenda #‎Melegatti‬ non può non essere commentata. La cosa che più mi sconcerta è che la direzione dell’azienda veronese, dopo le polemiche per il post omofobo, ha pensato bene di replicare scaricando la responsabilità della gestione della comunicazione social sull’agenzia esterna che, a loro dire, ha – per me, “avrebbe” – pubblicato senza autorizzazione.
Ho dato una rapida scorsa alla pagina e in effetti tutta la comunicazione #Melegatti/social suona come vorrei ma non posso: aleggia una sorta di ironia (che spirito!) che più volte scade nel cinismo, considerato il prodotto cui si riferisce. Se l’agenzia da tempo pubblica contenuti con stile e approccio simili al post contestato, che non fanno sorridere, non fanno riflettere, non fanno emozionare, ma semplicemente tentano, senza riuscire, di far apparire l’azienda furba, smart, alternativa, mi chiedo dove siano stati finora la dirigenza e i responsabili dell’ufficio marketing e comunicazione!
Troppo comodo, ora che la patata si è fatta bollente, lanciarla addosso all’agenzia, che peraltro rimane del tutto criticabile per la linea editoriale scelta e per un uso della punteggiatura, come minimo, da rivedere.

Tra le mie attività di copywriter, la gestione dei profili social aziendali è la più assorbente. Dietro ogni riga che scrivo ci sono piani editoriali, riunioni di aggiornamento, analisi dei materiali che molto spesso sono io a richiedere o a produrre, riflessioni su messaggio/scopo da raggiungere/tono da tenere/tipologia di pubblico, ricerche di approfondimento su temi che a volte vengono riassunti in una sola parola, scrupoli vari per pertinenza/alternanza/interesse dei testi. Non ho esperienza di azienda mia cliente, dalla più piccola alla più grande, con cui non ci sia una condivisione preventiva di contenuti e di stile e siccome, quasi fossi una ghostwriter, devo interpretare l’anima (e non solo) dell’azienda e farmene portavoce, prima di pubblicare qualcosa ci penso e non poco! Nel caso #Melegatti, non mi pare di riscontrare altrettanti scrupoli nell’agenzia e tantomeno nella dirigenza la quale, se sapeva dei post, non è intervenuta in tempo e se non sapeva, risulta doppiamente criticabile per leggerezza e supponenza dimostrate.

Mi viene quasi da pensare che l’azienda Melegatti si sia inventata una fantomatica agenzia, su cui scaricare il barile (pessima scelta!), mentre in realtà è più probabile che la produzione sia “casalinga” e non mi riferisco ai panettoni. Non sono poche le aziende che fino a poco tempo fa (e oggi?!) pensavano di poter lasciare la gestione del profilo social al *cugino*, al *nipote*, allo *stagista*.
Con tutto il rispetto che si può avere per gli stessi, la comunicazione sui social è un vero e proprio lavoro!

I Panettoni Melegatti passeranno ugualmente dagli scaffali dei supermercati alle nostre tavole ma la dirigenza, oggi, si merita un bel Ma mi faccia il piacere!(il link è a un video con Totò).

 

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(Questo post è il frutto di una serie di commenti scambiati tra amici sul mio profilo Facebook)