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“E Diderot inventò Twitter”

È questo il titolo con cui ha aperto la Domenica de Il Sole 24 ore del 07 aprile ’13.
L’articolo, versione abbreviata della prefazione di J. Starobinski a Diderot, un diable de ramage, è stimolante perché mi riporta alle passioni liceali per la filosofia e in particolare per l’Illuminismo, ma non solo.
In realtà, è interessante poiché tocca una questione che mi pongo da quando comunico attraverso i social, Facebook, blog o Pinterest che siano:

  • quanto di ciò che scrivo appartiene al mio sentire/pensare e quanto risponde a un “sistema” di comunicazione pre-strutturato? 
  • come mi devo porre rispetto al mare magnum di informazioni e condivisioni? 
  • cosa non è già stato detto e quanto di ciò che esprimo può realmente interessare il pubblico di lettori?

Il “cinguettio”, come dice Starobinski, “è soggetto ad un’ambiguità di fondo, così etica come estetica. Ci si trova infatti lungo un crinale dove le voci e i dialoghi sono attribuibili sia ad un’espressione libera, sia – al contrario – a un gioco regolato, a una lezione ripetuta come in uno spettacolo da fiera”.
Da una parte, dunque, c’è il grande vantaggio della libera circolazione (illuminista) delle idee e della cultura, la proprietà intellettuale di tutti e nessun diritto d’autore a chiudere la cerchia, dall’altra non si può correre il rischio che il cinguettio si trasformi in banale e sterile chiacchiericcio. Diderot stesso, nelle sue Satire, usava la parola cinguettio “per designare lo stile degli scrittori e ciò che lo stile rivela delle loro disposizioni innate”, aggiungendo: “Non è dato a questi autori di cambiare tono più di quanto sia dato agli uccelli della foresta di cambiare cinguettio”.

Un monito, mi pare, per chiunque scriva e pubblichi.

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