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Brunello Cucinelli: Torniamo a fare scherzi

4 luglio 2013
Loggia dei Cavalieri, Treviso
Nel corso dei talk della Modesign Fashion at IUAV, il main guest, intervistato dalla giornalista Giusi Ferré, è Brunello Cucinelli.
Ci sono anche io, seduta su una sedia da regista blu, ad ascoltarlo, tra un folto pubblico trevigiano.
Brunello – posso permettermi di non usare il cognome? – è in camicia bianca, giacca e pantaloni blu e scarpe da ginnastica. Ha il microfono in mano e non lascia molto spazio alle domande dell’impaziente Giusi.

Alcuni dati: la Brunello Cucinelli SPA ha più di 1000 dipendenti, di cui circa 750 nel borgo di Solomeo, nel cuore dell’Umbria e i rimanenti sparsi nel mondo; grazie alla sapiente lavorazione artigianale del cashmere, nel 2012 si è quotata in borsa con 280 milioni di euro di fatturato; il primo ordine è giunto da Castelfranco Veneto e dal 1978, anno di fondazione, ad oggi, l’azienda ha raggiunto quota 1000 clienti multimarca e circa 80 boutiques monobrand, in tutti i continenti.

 

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Ciò che colpisce è l‘Uomo Brunello e i suoi racconti. Chi è, dunque, questo imprenditore dall’aria così scanzonata?

È la somma dei primi 15 anni di vita trascorsi in campagna tra trattori e animali; del trasferimento in città per l’assunzione del “babbo” in fabbrica ; di altri dieci anni – fino ai 25 –, vissuti senza aver voglia di fare nulla (né studiare, né lavorare), al bar da Gigino, frequentato solo da uomini e da una prostituta, a discutere di tutto; dell’incontro con Federica, che sarebbe diventata sua moglie; di Kant, Adriano, Sant’Agostino, Aristotele, Palladio, Leon Battista Alberti, per dirne alcuni, che sono i suoi maestri; ma soprattutto del segno lasciato dalle lacrime di umiliazione del padre al rientro dalla fabbrica.

Il ritmo, tra qualche sorriso e gli applausi, non è sempre fluido e penso a quante volte Brunello avrà dovuto sostenere questo copione pieno di aneddoti, che suona già sperimentato.
Metto da parte le riserve mentali e ascolto.

Ripete la parola “dignità” molte volte, arricchendo il racconto di tante citazioni, che – mi convinco, man mano che gliele sento proclamare –, lo divertono e rappresentano una sorta di riscatto rispetto all’indisciplinatezza dimostrata negli studi. Penso abbia radici nella terra, forse proprio in quella umbra, ricca di misticismo e spiritualità, la sua perentoria volontà di restituire dignità al lavoro e alle persone e di preservare la bellezza dei luoghi.

Ma come sempre, sono i fatti a contare: questi ci sono e rispondono a scelte precise.

I suoi dipendenti, infatti, non lavorano oltre le 17.30 perché “devono poter avere una vita privata” e sono pagati mediamente il 20% in più rispetto a quanto previsto dal contratto nazionale. Lo scorso Natale hanno ricevuto una somma extra prelevata dal patrimonio personale e non da quello aziendale, e ogni assegno era firmato “con immensa gratitudine”.

Brunello ripete che il profitto deve essere etico, che può avere un’unica veste, quella di essere “garbato”, al fine di non arrecare danno ad alcuno.

Mi conquista quando dichiara che chi fa impresa ha il dovere di abbellire ciò che lo circonda, perché

se ci sentissimo un po’ più custodi e meno proprietari, sentiremmo la responsabilità di mantenere un mondo più bello, che non è nostro e tutti ci invidiano.

I romani, forse, si chiederebbero se “ci fa o ci è”, per quanto appare idilliaca la sua visione della vita, ma non mi interessa.
In fondo, lì, seduta comodamente sotto la più bella loggia della mia città, sto ricevendo una serie di regali: il senso di fiducia incondizionata rispetto ad un’”epoca d’oro”, – che starebbe arrivando o in cui già ci troviamo –; una dose massiccia di “non avere paura” e di inviti a praticare l’ascolto; una trasfusione di entusiasmo perché viviamo

l’umanesimo della rinascita: nessun periodo storico ha visto fondersi, come ora accade, illuminismo e romanticismo;

la pillola di saggezza del

ricominiciamo a fare scherzi.

Siamo tutti stanchi di chi si lamenta e del pessimismo ad oltranza, per questo è spiazzante la filosofia di Brunello: si può essere rigorosi e dolci; è necessario curare le relazioni umane, in cui, noi italiani, siamo geniali; non c’è alcun timore nell’essere veri; il successo non si può slegare dal senso della manualità e dall’importanza dell’artigianalità di qualità.

Dopo due domande dal pubblico, è lui a chiudere l’intervista, scendendo, affatto divo, a chiacchierare tra le persone, come fossimo tutti a bere un bicchiere di vino al Bar da Gigino.

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