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“Venti caratteruzzi sopra una carta”

Se ci pensiamo, usiamo pochissimi simboli alfabetici per formulare un numero quasi infinito di parole. La scrittura, che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che è passata per le forme pittoriche e figurative preistoriche, le manifestazioni simboliche dei geroglifici, la grafia cuneiforme, fino ad arrivare all’alfabeto, è un’opera di massimo ingegno.

Ne parlava con stupore emozionato anche Galileo Galilei:

Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta.

Venti (più uno) caratteri, nella loro semplicità e razionalità, sono capaci di lasciare tracce, di coprire distanze spaziali e temporali, di fare da ponte tra cose visibili e cose invisibili, di comunicare le idee più nascoste.

Sebbene il libro stampato non sia più l’unico mezzo di trasmissione delle informazioni, soppiantato da internet, multimedialità, interattività e io stessa, in questo momento, non stia utilizzando una macchina da scrivere, ma un programma di videoscrittura che si serve di un alfabeto digitale, è pur vero che i caratteri, gli stessi caratteruzzi di cui quattrocento anni fa parlava Galilei, sono rimasti immutati e si dimostrano imperituri.

La parola è frutto delle innumerevoli combinazioni di quei caratteri e le sue variazioni sono una delle espressioni creative più affascinanti tra le capacità dell’uomo.

Eppure c’è un “rumore” che disturba l’essenzialità dell’informazione. Come scrive Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, “nel rendere conto della densità e continuità del mondo che ci circonda, il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile” e le parole devono compiere “lo sforzo di render conto con la maggior precisione dell’aspetto sensibile delle cose”.

Tra la meraviglia di Galilei e la consapevolezza di Calvino, dove mi pongo?
In uno spazio in cui la forza demiurgica della parola è come il canto delle sirene: seducente e irresistibile richiamo, ma anche inevitabile allusione all’avventura, al rischio, a una prova da superare.

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