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Fare attenzione per scrivere e per vivere

Non taglio frequentemente gli articoli di giornali ma questo, apparso sulla Domenica de Il Sole 24 Ore, merita!

Mi ci sono riconosciuta fin dalle prime righe, innanzitutto, perché l’autrice Paola Mastrocola cita Philip Roth, per il quale è scattata la scintilla l’estate scorsa e di cui vorrei leggere ogni scritto, reiterando quella modalità di lettura “verticale” che implica che a un libro appassionante segua la lettura di tutta la produzione dello stesso scrittore. [Oltre che con Roth, mi è capitato, per dirne alcuni, con Emmanuel Carrère, con John Edward Williams (l’autore di Stoner), con Sándor Márai, con Simona Vinci, con Kent Haruf, con Jonathan Safran Foer…]. Dell’ultimo libro di Philip Roth Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, la Mastrocola riprende l’aneddoto del cestino della bici all’interno del quale lo scrittore, ancora ragazzino, portava a casa cinque/sei libri presi in prestito dalla biblioteca di quartiere, e lo riferisce per riflettere sul valore dell’osservare. D’altronde, non serve aver letto l’intera bibliografia, bensì bastano poche pagine, per comprendere che, per Roth, scrivere sia parlare di quel cestino, evocarlo, descriverlo. Che fare letteratura è farci vedere quel bambino pedalare, mentre i libri ballonzolano sotto il manubrio.

Nell’articolo, mi ci sono riconosciuta perché, nonostante non sia in grado, ahimè,  di trasformare la scrittura in letteratura, amo osservare. L’ho sempre fatto. Al liceo gli amici più stretti mi davano di gomito quando mi incantavo a guardare qualcuno o qualcosa. Non c’era occasione per osservare più bella dell’attesa alla fermata dell’autobus o, qualche anno dopo, dei viaggi in treno verso l’università. All’epoca, il cellulare praticamente non esisteva: avevamo tutti più tempo di posare gli occhi su ciò che ci stava intorno. Crescendo, ho imparato a dissimulare la curiosità ma mi è rimasta una spiccata capacità di osservazione, che riguarda, come dice la Mastrocola, anche i sentimenti. È una questione di empatia, o di sensibilità (lo concedo a me stessa: talvolta eccessiva) che governa il mio agire e il mio pensare. Qualcuno la chiamerebbe intelligenza emotiva. Lascio ad altri la possibilità di definire questa attitudine poiché, qualsiasi nome essa abbia, è una predisposizione a captare sfumature, emozioni, tensioni, segnali. È un’opportunità che mi aiuta nelle relazioni e, molto, anche nel lavoro.

C’è un’altra ragione per la quale questo articolo merita di essere conservato, e riletto, ed è il passaggio: «Anche leggere è fare attenzione. Alle parole, non alla trama. Sono le parole che fanno un libro, il modo in cui la storia è raccontata vale di più della storia in sé. (…) Leggere è prestare un’attenzione spasmodica alle parole, ai legami, alla posizione all’interno della frase, ai possibili sinonimi, alla loro ambiguità, e alla possibile molteplicità di sensi. Indugiare con amore sulle parole, amarle, una per una».

 

 

Se lo dice la Mastrocola, allora mi sento in diritto di fare outing: con gli autori di cui mi innamoro – uno di questi è Philip Roth e lo è tanto che guardo e riguardo il suo ritratto fotografico sulla copertina del saggio qui sopra, chiedendogli perché mi rivolga uno sguardo severo e indagatore… come fosse rivolto solo a me, proprio lui che, dalle pagine dei suoi scritti, mi racconta così tanto di sé –, con gli autori di cui mi innamoro, dicevo, capita spesso che, alla fine del libro, quasi non sappia la trama, catturata, come sono stata, dalla scelta dei verbi, dalla costruzione di alcuni periodi, dalla capacità di inanellare frasi-gioiello, piene di significati.
Non è anche questo amore per la parola, una forma di osservazione? Le parole sono importanti…

Se è vero, poi, che siamo costantemente sollecitati da messaggi, da banner, da mail, da squilli, l’atto di focalizzare l’attenzione sui dettagli – siano essi gestualità, colori delle foglie, modi di indossare gli occhiali, pieghe dell’abito, scritte su un tappo, scelta di una espressione verbale… –, non solo è uno sforzo doveroso che restituisce mille sfumature, e fonte di ispirazione per scrivere, ma è altresì un regalo che si fa a se stessi, un prendere tempo per assaporare, per scoprire, per non rimanere pericolosamente attaccati alla superficie e a tutto ciò che scivola via.

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