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Scrivere a mano il biglietto di Natale

In un articolo pubblicato sulle pagine Cultura del Corriere della sera, qualche anno fa, Sebastiano Vassalli scriveva: «Mi sto affezionando a una parola; cartaceo. I vocabolari dicono che è un aggettivo […] non si sono accorti che è anche un sostantivo. Io ne ho avuto il preannuncio qualche anno fa, quando qualcuno mi disse al telefono, dopo aver saputo che non ho un recapito elettronico, “Le mandiamo il cartaceo”. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e il cartaceo ormai non lo vuole mandare più nessuno, nemmeno l’Inps ai suoi pensionati. Le banche lo mandano ancora, ma bisogna farne richiesta e pagare un sovrapprezzo. Il cartaceo (sostantivo) si avvia a diventare, se non proprio un’era geologica come il Giurassico e il Cretaceo, un’epoca della vicenda umana come il Paleolitico e il Neolitico. Si dirà di quelli come me […] “Visse nel cartaceo”, che fu – almeno per certi aspetti – un’epoca felice. Per i bambini che all’inizio di ogni anno scolastico scrivevano i loro nomi sui quaderni e sui libri nuovi, e ne respiravano l’odore di nuovo; per gli adulti che iniziavano le loro giornate con il rito del caffè e del giornale di carta. Che fu, anche uno stile di vita. Seppellite il mio cuore nel cartaceo».

La scrittura accompagna la storia dell’umanità da oltre tremila anni. È la più antica e duratura competenze dell’uomo. Abbiamo scritto ovunque: su coccio, papiro, colonne di marmo, pergamena, tavolette di cera, carta; e abbiamo usato gli strumenti più vari, dagli scalpelli alle bacchette, dalle piume d’oca ai pennelli, dai caratteri di piombo, fino alle macchine da scrivere, passando per penne stilografiche, matite di grafite e biro a sfera. I writer mi suggerirebbero di non dimenticare le bombolette spray. E oggi? Scriviamo per lo più digitando su una tastiera, che fa comparire lettere, numeri e simboli, magicamente – si fa per dire, su uno schermo puntinato di pixel.

Che una forma di scrittura abbia un valore e un’altra racchiuda un disvalore? Direi di no. Non c’è da demonizzare o osannarne alcuna. Al digitale e all’uso dei social, è stata più volte attribuita la responsabilità della morte della scrittura, invece, per paradosso, non si è mai scritto tanto come in questo periodo storico. Semmai, potremmo osservare che la comunicazione digitale – con abbreviazioni, anglicismi, punteggiatura “amplificata” (un esempio? i tre, o più, punti esclamativi) ed emoticon – è vicina alla lingua parlata e al linguaggio informale, a scapito, talvolta, di correttezza grammaticale e del rispetto delle regole sintattiche. Così come potremmo dire che scriviamo sempre in grande velocità e la velocità, spesso, cozza con la qualità.

Come sostiene il calligrafo Ewan Clayton, membro della Royal Drawing School di Londra, scrivere «è reclamare uno spazio, dichiarare un’identità, è stare sulla carta, dalla parte della carta». Riprendo le sue parole, nonostante sia mancina e inevitabilmente inibita ai corsi di calligrafia (dal greco καλòς “bello” e γραφία “scrittura”), verso i quali c’è un grande ritorno, a ogni latitudine.

Al di là della disciplina che insegna a tracciare la scrittura in forma elegante e regolare, è proprio la scrittura autentica, quella fatta a mano, con una grafia bella o brutta, fa niente, a restituire identità al testo: come la voce o un’espressione del viso, il tratto, la scelta della penna, la pressione sulla carta raccontano di noi, più di qualsiasi altro messaggio. La scrittura ci rappresenta e ci identifica, ci rende perfino riconoscibili. La scrittura è personale, è unica e ci assomiglia.

«La scrittura a mano presuppone e contiene una indubbia fisicità, porta con sé la traccia visibile del gesto dello scrivere: la mano impugna lo strumento scrittorio, si muove nello spazio e sul supporto (cartaceo e non): il contatto crea un attrito, produce suoni e rumori – il fruscio della matita, lo scricchiolio del pennino, lo “squittio” di certi pennarelli, lo stridere del gesso sulla lavagna. Quando scriviamo a mano organizziamo uno spazio, lo spazio del foglio, e acquisiamo una memoria visiva relativa a questa area, definita dalle sue dimensioni, dai margini, da alto e basso, fronte e verso». (cfr. Francesca Biasetton, La bellezza del segno, Editori Laterza, 2018).

In un tempo in cui nulla è più facile di inviare mail e di indirizzare contenuti identici a migliaia di destinatari “profilati”, in un tempo in cui nulla è più facile di fare un uso del tutto distorto dei mezzi di comunicazione di massa per offendere, diffamare, aggredire verbalmente, completamente inconsapevoli del peso che una sola parola può avere e degli effetti che può scatenare, in questo stesso tempo è possibile fermarsi e puntare lo sguardo sulla mano che guida la penna sul foglio. Lasciare che la punta della penna sia il luogo dove confluiscono atto motorio, atto visivo e pensiero.

Per le festività del 2018, dalle mie giornate frenetiche, fatte di scrittura online, aggiornamenti social, notifiche e posta elettronica, voglio “tirare fuori” del tempo. Un tempo per pensare alle parole, aprire un cartoncino acquistato dai Fratelli Bonvini a Milano*, usare la mia (calli)grafia – con le caratteristiche che le sono proprie – per tracciare segni sullo spazio bianco della pagina, chiudere il biglietto, imbustarlo, affrancarlo e infilarlo nella buca delle lettere, perché compia il suo viaggio.

«Auguri di buone parole!».

* I cartoncini riproducono la serie di pattern Olivetti rigorosamente battuta a macchina con la Lettera 32.

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