Author: FerenaLenzi

Da giorni ho in mente di scrivere un post sulla distonia semiotica…
Già vedo le smorfie, eppure il tema è delicatissimo!

Cosa è mai questa distonia semiotica?

Tradotta in soldoni, è la discordanza o disarmonia tra il modo in cui un’azienda è percepita dal suo pubblico, e il modo di essere e di fare della medesima. Se l’azienda, per costruire o rafforzare la propria reputazione, emette messaggi di contenuto e tono, diciamo, medio/alti, e questi non coincidono al suo comportamento, al suo stile, alla sua (vera) personalità, si è in piena distonia semiotica.

Poiché, attraverso i contenuti, mettiamo quelli pubblicati in Facebook o che si leggono sul blog del sito, la marca (il brand) tesse e dà vita a vere e proprie relazioni con il pubblico di riferimento, è chiaro che il messaggio emesso con l’intento di creare o consolidare l’identità aziendale ma discordante rispetto al comportamento reale, è un falso destinato a diventare, per l’azienda, un boomerang.

Le persone, infatti, leggono i messaggi emessi dall’azienda e si fanno una certa idea sulla sua identità.

C’è un momento in cui, però, le persone entrano in relazione diretta, fisica, concreta con l’azienda: quello è un momento cruciale che consolida o mette in crisi il rapporto instaurato. Se il percepito non coincide con il modo di fare reale, per esempio di un cameriere, del titolare d’azienda tutto fare, della commessa o della receptionista, quelle stesse persone si sentono tradite, e tutta la strategia di branding finalizzata a creare un senso di appartenenza e di fiducia, va a rotoli in un batter di ciglia…

Chi è arrivato fin qui a leggere, dirà: e quindi?

Bene, io creo contenuti (messaggi) per le aziende. Mi prendo, perciò, a cuore quotidianamente il rafforzamento dell’identità e della reputazione delle aziende medesime. Il punto è: fino a che punto mi posso spingere? Posso alzare l’asticella tanto da rischiare di essere corresponsabile del tradimento cui ho fatto cenno? La risposta, evidente, è no.

È mia responsabilità conoscere le peculiarità dell’azienda per cui scrivo e del suo pubblico, e sapere fino a dove posso spingermi con la comunicazione, con lo stile e con il tono. Devo possedere sensibilità e consapevolezza proprio perché ogni azienda ha caratteristiche uniche: tenere alta la brand reputation, cesellando parole e stile del messaggio, è un obiettivo che non deve tradursi in uno sforzo vano. È lì, proprio in quello sforzo percepito come vano, che si annida il rischio di incorrere nella “distonia semiotica”!

Lo dico dopo aver letto un post scritto dal dipendente di un’azienda mia (ormai ex) cliente, subentrato alla sottoscritta.
Errori di punteggiatura, soggetti declinati nella stessa frase prima al singolare poi al plurale, pronomi usati come il cavolo a merenda, frasi fatte in quantità, mi sono sembrati in prima battuta fonte di danno per l’azienda, rispetto all’auspicabile posizionamento (nella mente e nel cuore dei suoi clienti).

Ma se l’azienda in questione avesse “bisogno” di quegli errori?

Nei fatti, gli errori sono riconducibili a una certa identità.
Sono essi stessi elementi identitari… e se fossero meno distonici di quanto non appaiano?!

D’altro canto, io non posso non continuare a farmi ogni tipo di scrupolo in merito a ciò che pubblico per le aziende mie clienti, sotto il profilo del contenuto, della forma e degli obiettivi. Perciò, in quanto fornitore di un servizio definito di opera intellettuale, non ho anche io il diritto di non sentirmi, a mia volta, distonica?!

Quando scrivo testi per le aziende, gli obiettivi sono molteplici: dare informazioni, condividere esperienze, indurre al compimento di un’azione, divertire ed emozionare, stimolare il dialogo, tessere relazioni, celebrare risultati…

Ciascuno di essi è perseguibile, di volta in volta, sui molteplici canali di comunicazione (sito, blog, social, cataloghi ecc.), attraverso narrazioni più o meno estese. Anche un solo post Facebook è sufficiente ad assolvere a una o a più funzioni: nello specifico, il contenuto trasmette un messaggio o un contributo, è rivolto a persone che rientrano in modo ragionato nel c.d. pubblico di riferimento – conoscere bene chi riceverà il messaggio è determinante –, ed è modulato secondo il tono di voce che si vuole tenere.

Lo stesso concetto può essere espresso in molte maniere. Sempre differenti.

Certamente, se comunico pensando a un interlocutore in carne ed ossa, con caratteristiche, esigenze, aspettative ben individuate, è più facile che riesca a entrare in sintonia con lui, a essere utile o interessante. Se, al contrario, sono distante, rischio di non instaurare una relazione fruttuosa. Poiché, soprattutto in rete, ci si gioca ogni contatto in pochissimi secondi, non è pensabile lasciare il lettore indifferente o, peggio, dubbioso o, peggio ancora, contrariato.

Questi sono obiettivi che definisco a breve termine.

Riguardano il singolo messaggio. Come dire, con questo informo su un’apertura, con quello invito a visitare lo shop online usufruendo di un codice sconto, con quell’altro racconto del successo di un evento, con quell’altro ancora presento un nuovo prodotto o chiedo di rispondere a un sondaggio. Mi pongo un obiettivo e lo soddisfo all’interno della pubblicazione del contenuto, sia esso all’interno di un post, della didascalia di una immagine o di un paragrafo della pagina del sito web.

Prima ancora, ci sono obiettivi più ampi.

Si tratta degli obiettivi strategici della comunicazione. In questo caso, lo sguardo si alza dallo schermo del Mac e volge verso finalità che diventano vere e proprie bussole.

Cosa si aspettano le aziende che mi affidano la stesura dei loro testi?

Le aziende, non tutte con la stessa consapevolezza, vogliono creare o rafforzare la notorietà del prodotto o la visibilità del marchio aziendale (Brand Awareness). Poi, chiedono di migliorare il tasso di fidelizzazione dei clienti (Customer Loyalty) agendo sul legame e sul coinvolgimento empatico con i clienti e gli appassionati del brand. Ancora, desiderano di migliorare il livello di fiducia e di reputazione online (Online Reputation). E, certamente, di promuovere la propria attività e incrementare le vendite (Promotions&Sales). Infine, di aumentare il livello di conoscenza dei clienti (Customer Insight).

In sostanza, potremmo dire che ci sono:

  • Obiettivi cognitivi che si riferiscono a notorietà, riconoscimento, familiarità, ricordo, identità, posizionamento, associazione mentale
  • Obiettivi emotivi legati ai concetti di reputazione, stima, giudizio, preferenza, influenza, appartenenza, esperienza, coinvolgimento, fiducia
  • Obiettivi comportamentali traducibili in una spinta verso acquisto, fedeltà, passaparola, conversazione, relazione, partecipazione, dialogo, co-creazione, feed-back.

È evidente che la correlazione tra brand (inteso come il portato di valori e significati della marca), personalità dell’azienda e messaggi veicolati è molto stretta.

In merito a tale correlazione e al rischio di incorrere nella “distonia semiotica“, scriverò a breve…

 

 

Pare di sentire la voce di Seth Godin, occhiali gialli sul naso, tuonare dalle pagine del Sole 24ORE: «Brand, tutti giù dalla giostra dei social media»!

Il titolo, per chi si occupa di comunicazione, è un pugno allo stomaco: tutti giù è un’esclamazione imperiosa e perentoria; la parola giostra, usualmente riferita alle attrazioni presenti al luna park, è usata in un’accezione figurata per richiamare qualcosa che è chiassoso, vorticoso, bambinesco; non bastasse, la giostra è quella dei social media. 

Che si tratti di uno specchietto per le allodole – un’attrattiva lusinghiera, ammiccante, provocatoria ma sostanzialmente ingannevole – mi è chiaro fin da subito, eppure forte è la curiosità di scoprire quali possano essere le gravissime (sic) ragioni addotte dallo scrittore statunitense, considerato tra i massimi esperti mondiali di marketing, autore di 18 best seller tradotti in più di 35 lingue e venduti per milioni di copie!

Termino di leggere l’articolo e torno sul titolo, per interrogarmi: i social sono davvero una struttura chiassosa, vorticosa, bambinesca «che va sempre più veloce, ma non arriva mai da nessuna parte»?! Di pancia rispondo: no! Anzi, per assurdo, pari obiezione potrebbe essere avanzata rispetto alla corsa da parte delle aziende, al posizionamento nell’indice dei risultati nei motori di ricerca. Che differenza passa tra una sponsorizzazione su Facebook e le campagne pagate profumatamente dalle aziende per stare ai primi posti su Google? Quale delle due pratiche è garanzia per gli utenti di un risultato attendibile in termini di qualità, verità, onestà? Quale assicura una soluzione a un’esigenza? Qual è l’offerta orientata al mercato, e non banalmente al marketing? Se non i social, quali canali usare per comunicare le emozioni che le aziende vogliono “vendere”?  Sito, newsletter o piccioni viaggiatori?!

Il punto non è questo: scendere da una giostra per salire su un’altra! Ogni canale ha peculiarità, vantaggi e difetti propri. Nessun strumento è, in assoluto, buono o cattivo. Al contrario, è più facile che sia l’uso che se ne fa, a determinare la differenza. Le aziende non possono prescindere dai social, come non possono fare a meno del posizionamento sui motori di ricerca o di un’oculata attività di invio di mail.

Il “succo” del messaggio di Seth Godin, mi permetto, è altrove: «smettetela di raccontare frottole, di inondare di spam le caselle, di spendere soldi per rubare un minuto di attenzione». C’è bisogno di «tornare all’autenticità, che passa necessariamente dalle esperienze. A meno che tu non stia vendendo teoremi matematici, stai vendendo emozioni». Rimanere ancorati alle reali necessità delle persone, offrire opportunità per risolvere i problemi e progredire: «il marketing efficace si basa su empatia e servizio».

Da qui ad acquistare il libro Questo è il marketing – sottotitolo: Non puoi essere visto finché non impari a vedere , il passo è breve. Nella “visione” di Seth, mi riconosco fin dalle prime pagine perché, da sempre, quando scrivo gli aggiornamenti di pagine Facebook aziendali, i testi di siti web, i contenuti di una newsletter o di una presentazione pubblica, il più grande aiuto viene dall’immedesimazione con la persona destinataria del messaggio. “Disegnare” il profilo di quella persona, includendo età, posizione geografica, professione, grado di istruzione, background culturale, abitudini o preferenze di acquisto, fonte delle informazioni, interessi, paure, sfide, bisogni… è l’attività che produce le idee più efficaci, le parole più personali, il tono più adatto. Come dice Godin, continuo a chiedermi «A chi serve?» e «Per chi è?»…

 

Da leggere e tenere a mente, l’elenco di pagina 52:

1. Per capire un reale bisogno approcciatelo con empatia.
2. Concentratevi sullo smallest viable market: “qual è il numero minimo di persone che potrebbero trovare questa cosa indispensabile (…)?
3. Dovete corrispondere alla visione del mondo delle persone cui vi rivolgete. Presentatevi al mondo con una storia che vogliano sentire, raccontata in una lingua che siano desiderosi di comprendere.
4. Rendete agevole la diffusione.
5. Ottenete e mantenete l’attenzione e la fiducia di coloro che servite.
6. Offrite modalità di approfondimento.
7. A ogni passo lungo il tragitto (…), create tensione emotiva e poi alleviatela.
8. Mostratevi, spesso. Fatelo con umiltà e concentratevi su ciò che funziona.

 

 

 

 

 

In un articolo pubblicato sulle pagine Cultura del Corriere della sera, qualche anno fa, Sebastiano Vassalli scriveva: «Mi sto affezionando a una parola; cartaceo. I vocabolari dicono che è un aggettivo […] non si sono accorti che è anche un sostantivo. Io ne ho avuto il preannuncio qualche anno fa, quando qualcuno mi disse al telefono, dopo aver saputo che non ho un recapito elettronico, “Le mandiamo il cartaceo”. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, e il cartaceo ormai non lo vuole mandare più nessuno, nemmeno l’Inps ai suoi pensionati. Le banche lo mandano ancora, ma bisogna farne richiesta e pagare un sovrapprezzo. Il cartaceo (sostantivo) si avvia a diventare, se non proprio un’era geologica come il Giurassico e il Cretaceo, un’epoca della vicenda umana come il Paleolitico e il Neolitico. Si dirà di quelli come me […] “Visse nel cartaceo”, che fu – almeno per certi aspetti – un’epoca felice. Per i bambini che all’inizio di ogni anno scolastico scrivevano i loro nomi sui quaderni e sui libri nuovi, e ne respiravano l’odore di nuovo; per gli adulti che iniziavano le loro giornate con il rito del caffè e del giornale di carta. Che fu, anche uno stile di vita. Seppellite il mio cuore nel cartaceo».

La scrittura accompagna la storia dell’umanità da oltre tremila anni. È la più antica e duratura competenze dell’uomo. Abbiamo scritto ovunque: su coccio, papiro, colonne di marmo, pergamena, tavolette di cera, carta; e abbiamo usato gli strumenti più vari, dagli scalpelli alle bacchette, dalle piume d’oca ai pennelli, dai caratteri di piombo, fino alle macchine da scrivere, passando per penne stilografiche, matite di grafite e biro a sfera. I writer mi suggerirebbero di non dimenticare le bombolette spray. E oggi? Scriviamo per lo più digitando su una tastiera, che fa comparire lettere, numeri e simboli, magicamente – si fa per dire, su uno schermo puntinato di pixel.

Che una forma di scrittura abbia un valore e un’altra racchiuda un disvalore? Direi di no. Non c’è da demonizzare o osannarne alcuna. Al digitale e all’uso dei social, è stata più volte attribuita la responsabilità della morte della scrittura, invece, per paradosso, non si è mai scritto tanto come in questo periodo storico. Semmai, potremmo osservare che la comunicazione digitale – con abbreviazioni, anglicismi, punteggiatura “amplificata” (un esempio? i tre, o più, punti esclamativi) ed emoticon – è vicina alla lingua parlata e al linguaggio informale, a scapito, talvolta, di correttezza grammaticale e del rispetto delle regole sintattiche. Così come potremmo dire che scriviamo sempre in grande velocità e la velocità, spesso, cozza con la qualità.

Come sostiene il calligrafo Ewan Clayton, membro della Royal Drawing School di Londra, scrivere «è reclamare uno spazio, dichiarare un’identità, è stare sulla carta, dalla parte della carta». Riprendo le sue parole, nonostante sia mancina e inevitabilmente inibita ai corsi di calligrafia (dal greco καλòς “bello” e γραφία “scrittura”), verso i quali c’è un grande ritorno, a ogni latitudine.

Al di là della disciplina che insegna a tracciare la scrittura in forma elegante e regolare, è proprio la scrittura autentica, quella fatta a mano, con una grafia bella o brutta, fa niente, a restituire identità al testo: come la voce o un’espressione del viso, il tratto, la scelta della penna, la pressione sulla carta raccontano di noi, più di qualsiasi altro messaggio. La scrittura ci rappresenta e ci identifica, ci rende perfino riconoscibili. La scrittura è personale, è unica e ci assomiglia.

«La scrittura a mano presuppone e contiene una indubbia fisicità, porta con sé la traccia visibile del gesto dello scrivere: la mano impugna lo strumento scrittorio, si muove nello spazio e sul supporto (cartaceo e non): il contatto crea un attrito, produce suoni e rumori – il fruscio della matita, lo scricchiolio del pennino, lo “squittio” di certi pennarelli, lo stridere del gesso sulla lavagna. Quando scriviamo a mano organizziamo uno spazio, lo spazio del foglio, e acquisiamo una memoria visiva relativa a questa area, definita dalle sue dimensioni, dai margini, da alto e basso, fronte e verso». (cfr. Francesca Biasetton, La bellezza del segno, Editori Laterza, 2018).

In un tempo in cui nulla è più facile di inviare mail e di indirizzare contenuti identici a migliaia di destinatari “profilati”, in un tempo in cui nulla è più facile di fare un uso del tutto distorto dei mezzi di comunicazione di massa per offendere, diffamare, aggredire verbalmente, completamente inconsapevoli del peso che una sola parola può avere e degli effetti che può scatenare, in questo stesso tempo è possibile fermarsi e puntare lo sguardo sulla mano che guida la penna sul foglio. Lasciare che la punta della penna sia il luogo dove confluiscono atto motorio, atto visivo e pensiero.

Per le festività del 2018, dalle mie giornate frenetiche, fatte di scrittura online, aggiornamenti social, notifiche e posta elettronica, voglio “tirare fuori” del tempo. Un tempo per pensare alle parole, aprire un cartoncino acquistato dai Fratelli Bonvini a Milano*, usare la mia (calli)grafia – con le caratteristiche che le sono proprie – per tracciare segni sullo spazio bianco della pagina, chiudere il biglietto, imbustarlo, affrancarlo e infilarlo nella buca delle lettere, perché compia il suo viaggio.

«Auguri di buone parole!».

* I cartoncini riproducono la serie di pattern Olivetti rigorosamente battuta a macchina con la Lettera 32.

 

In ambito sportivo, gli highlights sono i momenti salienti di una partita e, per estensione, rappresentano il resoconto dell’incontro o del match. Gli inglesi usano l’espressione (anche) nell’accezione di outstanding part, ossia la parte migliore o il punto culminante di una serata, di un pranzo, di un evento.

A distanza di poche ore dal TedxTreviso che si è tenuto sabato 10 novembre, rileggo le frasi che mi sono appuntata, durante i talk, sul booklet* fornito a me e agli oltre 600 partecipanti. È difficile riassumere l’atmosfera, l’energia e gli incontri della giornata e immagino che ognuno si sia portato a casa emozioni, riflessioni e domande differenti. Tuttavia, provo a individuare quelli che per me sono stati i passaggi più stimolanti partendo dal tema dell’edizione 2018: Psiche e Techne. Niente di più attuale e, al contempo, di più atemporale di tale binomio! Arte, invenzione, tecnica e tecnologia hanno accompagnato l’evoluzione dell’uomo e sono state al servizio dell’uomo fino a tempi recenti. Oggi il rapporto con tutto ciò che è innovazione scientifica sembra essersi ribaltato. Le domande che ci dobbiamo porre sono: l’uomo beneficia delle conquiste scientifiche e si serve dell’intelligenza artificiale o ne è soverchiato? La dimensione umana, emozionale, affettiva è fungibile o è bene sia salvaguardata, se non rivalutata? Quanto i sentimenti, l’esperienza umana, i sogni contano nell’evoluzione culturale, sociale, economica, tecnologica?

Il filo conduttore del Tedx Treviso si presta a molteplici letture e gli scenari non sono univoci, ma torno ai miei highlights e agli interrogativi che hanno stimolato:

  • Nicolò Rocco
    È il Licensee del Tedx Treviso che l’anno scorso, per la prima edizione, si è messo in gioco accettando la sfida di 100 partecipanti imposto dalla fondazione americana TED, e che quest’anno, dalla medesima fondazione, si è visto concedere, a New York, di ampliare il pubblico fino a 500. Ha aperto la giornata citando l’Antigone di Sofocle, donna che sfida la legge di Creonte, re di Tebe, per tutelare i sentimenti e seppellire il fratello Polinice. Quanto l’amore di giustizia è misura delle scelte che facciamo?
  • Federica Rosellini, attrice
    Al termine di una narrazione da romanzo distopico, il passaggio «intuizione – immagine – modello – cuore» è suggestivo. In greco, psiche non solo è anima, ma anche soffio: se la seguiamo, respiriamo!
  • Thomas De Gasperi, cantante degli Zero Assoluto e fondatore di Mkers
    Non di musica, ha parlato, ma di videogames. La rivoluzione dell’intrattenimento passa per i concetti di streaming online, spettatori dal vivo e, soprattutto, montepremi da capogiro.
  • Daniele Paolucci, campione di ESport
    Come vincere un Europeo (2017) e arrivare in semifinale ai Mondiali di Fifa (2018) – il videogioco per console di calcio –, allenandosi con la costanza e la passione di un giocatore in carne ed ossa. La determinazione applicata alla PlayStation (mi/ti) inquieta?
  • Oscar Farinetti, creatore di Eataly
    Il messaggio è rivoluzionario nella sua semplicità e immediatezza: «siamo tutti bio-diversi ma accomunati da una caratteristica: nessuno può decidere se e dove, così come di che sesso, nascere; se imparassimo a prendere atto dell’imperfezione umana, staremmo tutti meglio, perché siamo tutti “quasi” (perfetti)». Entusiasmanti le parole chiave: coraggio – pensare locale, agire globale, rispetto – from duty to beauty, ottimismo – restare giovani rinunciando a pronunciare in continuazione il pronome IO, futuro – copiare per inventare. Da standing ovation!
  • Elia Stupka, fondatore dell’Unità di Funzione del Genoma del Centro di Genomica Traslazionale e Bioinformatica del San Raffaele di Milano, ora Senior Director del Dana-Farber Cancer Institute
    Il «codice postale è l’unico predittore di quella che sarà la nostra salute». Nascere in un luogo, e non in un altro, racconta molto della nostra vita: come ci alimentiamo, che aria respiriamo, quanto moto facciamo, con chi ci connettiamo e a quali strutture sanitarie possiamo affidarci. Una semplice osservazione, tantissime implicazioni. La sfida? Ragionare in modo globale costruendo un sistema di bio-logistica, portabilità e apprendimento in tempo reale.
  • Loretta Falcone, scienziata della Nasa
    Dall’«insignificanza» dell’uomo di fronte allo spazio e dall’emozione della scoperta del moto a capriole del pianeta Urano, al racconto, con uno spiccato accento americano, della disperazione di fronte alla malattia potenzialmente cronica del figlio. La soluzione? Trovare «la fiamma» perché «la meraviglia è capire quanto siamo “meraviglia”. La curiosità è la più difficile da costruire: quando sei solo a cercare una risposta, la vera fiamma sei tu».
  • Claudio Tumiz, scienziato dell’ICTP di Trieste.
    Dopamina, cortisolo, adrenalina, ossitocina sono gli indicatori delle reazioni del nostro corpo all’uso di cellulari e degli altri dispositivi elettronici. Se i villaggi da globali si sono trasformati in tribali, noi uomini siamo diventati «primati con il codice a barre»?
  • Massimo Russo, fondatore di Kataweb, ex direttore di Wired, direttore della divisione digitale del Gruppo Espresso, oggi Gruppo GEDI
    Si dice fortunato perché affetto da ipermetropia dello spirito, ossia dall’attitudine a guardare ai cambiamenti come a opportunità nel lungo periodo. Quanto sta accadendo oggi di fronte a certe rivoluzioni (la rete e la connessione perpetua) non trova qualche parallelismo con le preoccupazioni che aveva destato l’invenzione della stampa a caratteri mobili nel 1455? Eppure quali e quanti sono stati i benefici introdotti da tale innovazione…
  • Pier Mattia Avesani, imprenditore nel campo della virtual reality e della realtà aumentata
    Dai sogni da bambino ai software che mettono insieme informazioni per realizzare sogni.
  • Francesco Morace, sociologo
    No tecno-filia, no tecno-fobia. Sì, invece, a una partita aperta: sulla scacchiera ci siamo noi, la partita e la strategia toccano a noi.
  • Filippo Cavallarin, hacker
    In una “casa” puoi entrare in molti modi: dalla porta principale, dalla finestra o dal camino. Quale sia l’accesso lecito, solo la coscienza te lo può dire.
  • Laura dal Corso, professoressa di psicologia del lavoro e delle organizzazioni (Università di Padova)
    L’etimologia della parola stress è legata alla parola latina strictus: chi è sotto stress percepisce di non riuscire a far fronte alle richieste e alle aspettative. Ma quanto legato è lo stress al concetto di autenticità? Esistenze versus profili.
  • Chiara Biasi, ex pallavolista
    Una testimonianza toccante. Un trapianto di rene da donatore e un trapianto da vivente. Una storia di amore. Due bambini, un papà e una mamma speciali. Il ruolo della scienza medica in tutto ciò conferma quanto Techne e Psiche siano interconnessi.
  • Ilaria e Davide
    Impeccabile e preparatissima presentatrice con tanto di abito dallo spacco vertiginoso, lei. “Valletto” indisciplinato, divertente e sempre pronto ad uscire dal grande cerchio rosso sul palcoscenico, lui.
  • I Volontari
    Tanti, bravi, sorridenti.

*Su questo gadget, vorrei soffermarmi il tempo di dire che ho apprezzato moltissimo il suo concept e la sua grafica: sull’opuscolo/notes, dotato di “lente rossa” per scoprire i contenuti, oltre a benvenuto, presentazione del format TED e programma del giorno, è stata lasciata una pagina bianca a destra della bio di ogni ospite, su cui scrivere le proprie note. Tutto in uno! Finalmente mi è stato risparmiato il fastidioso rito di ripescare continuamente il programma del giorno alla ricerca di nome, ruolo e titolo dell’intervento di ciascun speaker, mentre sto prendendo appunti su un altro blocco-notes.

Il motto del Tedx è “Ideas worth spreading”perciò se eri presente, condividi i tuoi highlights commentando il post nella mia pagina Facebook.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Non taglio frequentemente gli articoli di giornali ma questo, apparso sulla Domenica de Il Sole 24 Ore, merita!

Mi ci sono riconosciuta fin dalle prime righe, innanzitutto, perché l’autrice Paola Mastrocola cita Philip Roth, per il quale è scattata la scintilla l’estate scorsa e di cui vorrei leggere ogni scritto, reiterando quella modalità di lettura “verticale” che implica che a un libro appassionante segua la lettura di tutta la produzione dello stesso scrittore. [Oltre che con Roth, mi è capitato, per dirne alcuni, con Emmanuel Carrère, con John Edward Williams (l’autore di Stoner), con Sándor Márai, con Simona Vinci, con Kent Haruf, con Jonathan Safran Foer…]. Dell’ultimo libro di Philip Roth Perché scrivere? Saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013, la Mastrocola riprende l’aneddoto del cestino della bici all’interno del quale lo scrittore, ancora ragazzino, portava a casa cinque/sei libri presi in prestito dalla biblioteca di quartiere, e lo riferisce per riflettere sul valore dell’osservare. D’altronde, non serve aver letto l’intera bibliografia, bensì bastano poche pagine, per comprendere che, per Roth, scrivere sia parlare di quel cestino, evocarlo, descriverlo. Che fare letteratura è farci vedere quel bambino pedalare, mentre i libri ballonzolano sotto il manubrio.

Nell’articolo, mi ci sono riconosciuta perché, nonostante non sia in grado, ahimè,  di trasformare la scrittura in letteratura, amo osservare. L’ho sempre fatto. Al liceo gli amici più stretti mi davano di gomito quando mi incantavo a guardare qualcuno o qualcosa. Non c’era occasione per osservare più bella dell’attesa alla fermata dell’autobus o, qualche anno dopo, dei viaggi in treno verso l’università. All’epoca, il cellulare praticamente non esisteva: avevamo tutti più tempo di posare gli occhi su ciò che ci stava intorno. Crescendo, ho imparato a dissimulare la curiosità ma mi è rimasta una spiccata capacità di osservazione, che riguarda, come dice la Mastrocola, anche i sentimenti. È una questione di empatia, o di sensibilità (lo concedo a me stessa: talvolta eccessiva) che governa il mio agire e il mio pensare. Qualcuno la chiamerebbe intelligenza emotiva. Lascio ad altri la possibilità di definire questa attitudine poiché, qualsiasi nome essa abbia, è una predisposizione a captare sfumature, emozioni, tensioni, segnali. È un’opportunità che mi aiuta nelle relazioni e, molto, anche nel lavoro.

C’è un’altra ragione per la quale questo articolo merita di essere conservato, e riletto, ed è il passaggio: «Anche leggere è fare attenzione. Alle parole, non alla trama. Sono le parole che fanno un libro, il modo in cui la storia è raccontata vale di più della storia in sé. (…) Leggere è prestare un’attenzione spasmodica alle parole, ai legami, alla posizione all’interno della frase, ai possibili sinonimi, alla loro ambiguità, e alla possibile molteplicità di sensi. Indugiare con amore sulle parole, amarle, una per una».

 

 

Se lo dice la Mastrocola, allora mi sento in diritto di fare outing: con gli autori di cui mi innamoro – uno di questi è Philip Roth e lo è tanto che guardo e riguardo il suo ritratto fotografico sulla copertina del saggio qui sopra, chiedendogli perché mi rivolga uno sguardo severo e indagatore… come fosse rivolto solo a me, proprio lui che, dalle pagine dei suoi scritti, mi racconta così tanto di sé –, con gli autori di cui mi innamoro, dicevo, capita spesso che, alla fine del libro, quasi non sappia la trama, catturata, come sono stata, dalla scelta dei verbi, dalla costruzione di alcuni periodi, dalla capacità di inanellare frasi-gioiello, piene di significati.
Non è anche questo amore per la parola, una forma di osservazione? Le parole sono importanti…

Se è vero, poi, che siamo costantemente sollecitati da messaggi, da banner, da mail, da squilli, l’atto di focalizzare l’attenzione sui dettagli – siano essi gestualità, colori delle foglie, modi di indossare gli occhiali, pieghe dell’abito, scritte su un tappo, scelta di una espressione verbale… –, non solo è uno sforzo doveroso che restituisce mille sfumature, e fonte di ispirazione per scrivere, ma è altresì un regalo che si fa a se stessi, un prendere tempo per assaporare, per scoprire, per non rimanere pericolosamente attaccati alla superficie e a tutto ciò che scivola via.

Nel mio lavoro l’#empatia è un pre-requisito imprescindibile: ogni volta che incontro un titolare d’azienda, che  sono in riunione con un gruppo di lavoro o conduco un’intervista, sto “in ascolto” dei sentimenti altrui, cerco di “mettermi nei panni” e di “entrare dentro” le situazioni. Nelle relazioni interpersonali, ammetto di essere avvantaggiata da una certa curiosità, istinto traducibile nella predisposizione a scavare, indagare e interrogarmi. E pure di essere favorita da una sensibilità (a volte, da domare!) che mi permette di captare stati d’animo, reazioni, significati dei non detti, della gestualità o della mimica… Allo stesso modo, quando mi preparo a scrivere un testo, mi affido alla capacità empatica per comprendere le esigenze e le aspettative di chi leggerà, per soddisfare una curiosità, passare un’informazione utile, emozionare o stimolare una conversazione. Nel limite del possibile, non prescindo dal fatto che, una volta pubblicato, il contenuto sarà letto da una persona. In carne e ossa. Non dal segmento di un target.

Ma se le scienze umane permettono di comprendere le emozioni, di decodificarle, di studiare i neuroni specchio (frutto non di uno sforzo intellettuale ma parte del nostro corredo), e soprattutto di capire gli effetti che esse/i producono sulle azioni, è chiaro che l’empatia è solo uno dei fattori funzionali allo svolgimento della mia professione. Serve avere dimestichezza con altre categorie della psicologia.
Nella comunicazione e ancora più nel marketing, infatti, la psicologia entra in gioco prepotentemente: come non tenere conto ▶️ degli elementi che influiscono sulla comprensione di un messaggio, ▶️ delle percezioni e delle motivazioni soggettive, ▶️ della forza della riprova sociale, ▶️ del valore del colore, del carattere tipografico utilizzato, perfino della sua dimensione, ▶️ dell’impatto di alcuni concetti come esclusività o tempo,ecc.?!

Qui alcuni approfondimenti:
https://www.entrepreneur.com/article/251823
https://contentmarketinginstitute.com/2018/07/psychological-insights-marketing/

A luglio scorso, in agenda, era fissato un incontro con Marius Mitrea, arbitro internazionale di #rugby di altissimo livello. Da subito mi sono posta la questione: che intervista fare a uno sportivo di tale calibro? Di sicuro, non una di natura tecnica. E quindi, come affrontarla?!

Nella fase preparatoria, ho cercato in rete tutte le #informazioni che lo riguardassero. È buona regola, infatti, conoscere l’intervistato quanto più possibile, così come, nel caso di un personaggio pubblico, avere chiaro che l’intervista che si accinge a concederti non è che l’ennesima. Se non possiedi già tutta una serie di informazioni “di base” e “di contesto”, come puoi evitare le domande banali o, peggio, i luoghi comuni?!

Conclusa la ricerca e riempite alcune pagine della mia Moleskine di appunti e considerazioni, ho stilato una scaletta di domande, pur sapendo che mi sarei tenuta alla larga dalla formula domanda-risposta, fredda e impersonale.

Come rompere il ghiaccio, instaurare un dialogo, mantenere un tono informale pur non perdendo di vista le domande preparate, tutto questo ammettendo fin da subito di non avere alcuna dimestichezza con i tecnicismi arbitrali?! Lasciando spazio a empatia, curiosità, sensibilità!

Il risultato è stato un incontro – durato ben oltre il tempo prevedibile di un’intervista – affascinante e gratificante, del quale mi auguro di aver rielaborato i contenuti in modo rispettoso e coerente in questo post.

Rugby Paese #MariusMitrea #Marius_Mitrea #arbitro #empatia #GoodTry

Parole, incontri, sfide e successi del 2017… in attesa di un altro anno pieno di cose belle!
Buon 2018


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