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Nel mio lavoro l’#empatia è un pre-requisito imprescindibile: ogni volta che incontro un titolare d’azienda, che  sono in riunione con un gruppo di lavoro o conduco un’intervista, sto “in ascolto” dei sentimenti altrui, cerco di “mettermi nei panni” e di “entrare dentro” le situazioni. Nelle relazioni interpersonali, ammetto di essere avvantaggiata da una certa curiosità, istinto traducibile nella predisposizione a scavare, indagare e interrogarmi. E pure di essere favorita da una sensibilità (a volte, da domare!) che mi permette di captare stati d’animo, reazioni, significati dei non detti, della gestualità o della mimica… Allo stesso modo, quando mi preparo a scrivere un testo, mi affido alla capacità empatica per comprendere le esigenze e le aspettative di chi leggerà, per soddisfare una curiosità, passare un’informazione utile, emozionare o stimolare una conversazione. Nel limite del possibile, non prescindo dal fatto che, una volta pubblicato, il contenuto sarà letto da una persona. In carne e ossa. Non dal segmento di un target.

Ma se le scienze umane permettono di comprendere le emozioni, di decodificarle, di studiare i neuroni specchio (frutto non di uno sforzo intellettuale ma parte del nostro corredo), e soprattutto di capire gli effetti che esse/i producono sulle azioni, è chiaro che l’empatia è solo uno dei fattori funzionali allo svolgimento della mia professione. Serve avere dimestichezza con altre categorie della psicologia.
Nella comunicazione e ancora più nel marketing, infatti, la psicologia entra in gioco prepotentemente: come non tenere conto ▶️ degli elementi che influiscono sulla comprensione di un messaggio, ▶️ delle percezioni e delle motivazioni soggettive, ▶️ della forza della riprova sociale, ▶️ del valore del colore, del carattere tipografico utilizzato, perfino della sua dimensione, ▶️ dell’impatto di alcuni concetti come esclusività o tempo,ecc.?!

Qui alcuni approfondimenti:
https://www.entrepreneur.com/article/251823
https://contentmarketinginstitute.com/2018/07/psychological-insights-marketing/

A luglio scorso, in agenda, era fissato un incontro con Marius Mitrea, arbitro internazionale di #rugby di altissimo livello. Da subito mi sono posta la questione: che intervista fare a uno sportivo di tale calibro? Di sicuro, non una di natura tecnica. E quindi, come affrontarla?!

Nella fase preparatoria, ho cercato in rete tutte le #informazioni che lo riguardassero. È buona regola, infatti, conoscere l’intervistato quanto più possibile, così come, nel caso di un personaggio pubblico, avere chiaro che l’intervista che si accinge a concederti non è che l’ennesima. Se non possiedi già tutta una serie di informazioni “di base” e “di contesto”, come puoi evitare le domande banali o, peggio, i luoghi comuni?!

Conclusa la ricerca e riempite alcune pagine della mia Moleskine di appunti e considerazioni, ho stilato una scaletta di domande, pur sapendo che mi sarei tenuta alla larga dalla formula domanda-risposta, fredda e impersonale.

Come rompere il ghiaccio, instaurare un dialogo, mantenere un tono informale pur non perdendo di vista le domande preparate, tutto questo ammettendo fin da subito di non avere alcuna dimestichezza con i tecnicismi arbitrali?! Lasciando spazio a empatia, curiosità, sensibilità!

Il risultato è stato un incontro – durato ben oltre il tempo prevedibile di un’intervista – affascinante e gratificante, del quale mi auguro di aver rielaborato i contenuti in modo rispettoso e coerente in questo post.

Rugby Paese #MariusMitrea #Marius_Mitrea #arbitro #empatia #GoodTry

Parole, incontri, sfide e successi del 2017… in attesa di un altro anno pieno di cose belle!
Buon 2018

In ambito turistico e ristorativo, non c’è niente di più impattante (e incontrollabile, purtroppo) delle #recensioni.

Quando si pronuncia la fatidica parola «recensioni», non c’è ristoratore o albergatore che non pensi immediatamente a TripAdvisor​ e inizi a sudare freddo, sapendo di poter, in qualsiasi momento, essere messo alla gogna da chiunque frequenti il suo locale (o peggio, non vi abbia mai messo piede ma nutra “altre” intenzioni…).

Su di essa, ho una posizione netta: non mi piace!
Trovo inaccettabile che una piattaforma nata con lo scopo di dare voce ai viaggiatori e di permettere loro di condividere esperienze di viaggio (nel bene e nel male… ma sappiamo quanto sia più facile dare sfogo alle emozioni suscitate da qualcosa che è andato storto!), sia in breve tempo diventata un macchina per fare soldi attraverso il Booking online, che non è offerto pro bono ma si basa su laute commissioni che ristoratori e albergatori – spesso angosciati dalle recensioni che la stessa piattaforma pubblica su di loro – devono riconoscere! Altrettanto inaccettabile è la possibilità di scrivere recensioni sotto copertura di un nick name, così come è scandaloso l’enorme numero di recensioni false “a favore” – prodotte da chi voglia controbilanciare strumentalmente le recensioni negative, oppure “contro” – pubblicate da chi fa attività di concorrenza sleale…

Tanto detto, che piaccia o meno, la #reputazione online è una conquista e, come tale, è un bene prezioso da salvaguardare, curare, mai sottovalutare, alimentare…

Come reagire di fronte a una recensione negativa, veritiera o costruita ad hoc, che sia?

Una risposta esaustiva e chiara viene da Armando Travaglini, digital tourism marketing consultant, in un articolo pubblicato da Ninja Marketing.

Lo condivido nella sua interezza:

 

Come si risponde alle recensioni negative sui social network?

La regola principale: tutte le recensioni negative devono avere una risposta nel minore tempo possibile. Anche le recensioni positive dovrebbero essere commentate, ma non è indispensabile. Se decidete di commentare tutte le recensioni, non siate ripetitivi e non usate le stesse frasi facendo copia-incolla. Alle recensioni dovrebbe rispondere un manager (per le piccole strutture deve pensarci il titolare) con adeguate capacità di scrittura ed una preparazione di base sulla gestione della reputazione online.

Le parole d’ordine sono diplomazia, rispetto e gentilezza. Non fate mai rispondere alle recensioni negative dall’ultimo addetto assunto dall’hotel, dalla ragazza che sta facendo lo stage presso la vostra struttura o dal cugino “esperto”. La risposta da parte del manager dell’albergo o da parte della proprietà conferisce al commento una garanzia di affidabilità e il visitatore si sentirà ascoltato “dai piani alti”.

Firmatevi sempre con il vostro nome e cognome ed il ruolo che ricoprite. Nel curare la risposta, la prima cosa è la forma: ringraziate, scusatevi, approfondite il problema riscontrato dal cliente e proponete una soluzione. Siate amichevoli, sereni e brevi; dimostrate empatia ed affabilità.

Non mettetevi mai sulla difensiva, non usate toni paternalistici e non siate drammatici. Tutti hanno problemi e nessuno è perfetto. La buona volontà nel risolvere le situazioni è sempre molto apprezzata. Non accusate il cliente, non offendetelo e non criticatelo. Mai.

Se la recensione è falsa – e può capitare – rispondete diplomaticamente indicando chiaramente che quella recensione non è veritiera. Se il commento è troppo violento e può danneggiarvi seriamente, contattate il sito e chiedete la rimozione della recensione.

Se la recensione ha una fotografia allegata, per esempio l’ospite di un hotel pubblica una foto del bagno in pessime condizioni o dell’umidità sul soffitto, non si può negare l’evidenza. Rispondete semplicemente scusandovi e promettendo che farete risistemare il danno il prima possibile. Al termine del lavoro inserite una fotografia della parte sistemata.

Armando, ci fornisci qualche esempio di risposte a recensioni positive e negative?

Il primo è un esempio di recensione particolarmente negativa e risposta impeccabile da parte dell’albergatore:

Il cliente scrive:

“L’hotel è sporco, meriterebbe la visita dei NAS. Da evitare. Sporcizia ovunque. Scomodo stanzette piccole e colazione da dimenticare! Ciliegina sulla torta…. Biscottini confezionati già scaduti da alcuni mesi. FATE VOI!!! Dimenticavo… Biancheria vecchia e lurida. Roba da non credere. Zona squallida priva di servizi.”

L’albergatore risponde alla recensione:

“Gentile Signore,
siamo molto dispiaciuti per il giudizio così negativo da lei espresso, ed in tutta onestà non crediamo che un albergo rispondente alla sua descrizione avrebbe ancora possibilità di esistere sul mercato. Sappiamo che le condizioni generali manifestano delle problematiche, soprattutto le condizioni della moquette che stiamo procedendo man mano a sostituire ( le chiazze che si possono notare sul tessuto sono in gran parte riconducibili anche ad uso massiccio di detergenti che lasciano però il tessuto scuro alonato come se fosse lurido).Anche sugli altri disservizi da lei elencati ci sentiamo di replicare. La pulizia delle camere, dei bagni e degli altri spazi è sempre controllata da un responsabile dopo il lavoro eseguito. La biancheria è trattata da una ditta preposta che collabora con noi da 30 anni. La colazione a buffet è più ricca della media della nostra categoria. Qualcosa può sempre funzionare male. Difficile, mi permetta, che tutto sia contemporaneamente allo sbando come lei descrive. Da proprietario della struttura mi faccio comunque carico del suo giudizio. I controlli sulle sue segnalazioni, per noi molto importanti, sono già stati eseguiti.
Cordialmente, La direzione”

Il secondo è un esempio di recensione negativa e risposta assolutamente errata da parte dell’albergatore:

Il cliente scrive:

“Abbiamo prenotato il giorno prima e ci siamo presentati alla reception ( che poi una reception non è, ma soltanto una stanzetta al piano terra di una club house) abbastanza stanchi dopo un lungo viaggio sotto la pioggia. Il portiere ci ha informato che avremmo dovuto attendere qualche minuto per avere l’acqua calda in camera perchè c’era un problemino sull’impianto, ma “roba da poco”. Siamo entrati in camera che era distante dalla reception e per entrare lui ha dovuto fare due viaggi avanti-indietro con il golf cart perchè la prima volta ha dimenticato la chiave e la seconda ha sbagliato con quella di un’altra camera, presumibilmente.Siamo entrati in camera, abbiamo disfatto le valigie, ci siamo preparati per la notte e nel frattempo ci siamo resi conto che non funzionava anche il riscaldamento.
Abbiamo atteso fiduciosamente quasi un’ora, ma alla fine abbiamo chiamato per protestare. Ci ha risposto che era spiacente, ma il guasto era serio e che non si poteva avere nè acqua calda nè riscaldamento per quella notte. Inutile dire che ci siamo rivestiti, abbiamo rifatto le valigie ed inveendo ce ne siamo andati in cerca di miglior fortuna e di un hotel che fosse un hotel e non un ripiego, come quello che avevamo appena lasciato.”

L’albergatore risponde:

“Salve, io personalmente ho avuto il piacere di accoglierla con la sua signora e il suo potente Suv, mancava poco che andasse a finire sul green. Ho fatto avanti e indietro con il golf cart per aprirle le porte e i cancelli per assicurarle una camera affianco alla sua auto. Lei non ha rispetto per le persone che lavorano ed è poco educato ed arrogante. Abbiamo avuto un problema temporaneo di 30 minuti all´energia elettrica, causa condizioni meteo, era tutto a posto, la camera non è stata ben riscaldata solo per pochi minuti, quindi è Lei ad essere stato poco comprensivo! Lei ha scelto di andarsene senza neppure salutare.”Dopo questi esempi, il primo decisamente corretto e da emulare, il secondo palesemente sbagliato, vediamo le linee guida che il nostro specialist ha riassunto per noi.

Armando, quali linee guida da seguire per non sbagliare nelle risposte?

#1 Scusatevi. Le scuse sono la prima cosa. Ricordate sempre che “il cliente ha sempre ragione”.

#2 Spiegate le vostre ragioni. Date una spiegazione al cliente relativamente alla problematica emersa. La risposta va data in maniera chiara, senza giri di parole e senza arrampicarsi sugli specchi. Se il problema si è verificato realmente non ha senso rispondere accampando delle scuse insensate.

#3 Rispondete onestamente. L’utente è abile nel capire se si sta cercando di raggirarlo o prenderlo in giro. I clienti che scrivono commenti negativi sono spesso molto diretti ed espliciti. È buona regola mantenere lo stesso tono anche nella risposta e scrivere un commento onesto utilizzando la medesima franchezza. È importare imparare a riconoscere i propri errori e i visitatori apprezzeranno la vostra onestà intellettuale. Non dovete ovviamente assecondare sempre il cliente: è possibile dissentire dall’opinione del visitatore e spiegare le proprie ragioni.

#4 Educazione. È l’aspetto più importante che non deve mai mancare. Non c’è alcun motivo di rispondere in maniera sgarbata. Anche quando avete a che fare con un cliente particolarmente ostico che vi lancia provocazioni, mantenete sempre le regole del buon costume. Restate professionali e non abbassatevi a livelli dell’ospite maleducato. Ciò contribuirà a mettere in risalto la vostra professionalità e chi leggerà il commento avrà una buona impressione.

#5 Mettersi nei panni del cliente. Prima di rispondere alla recensione negativa chiedetevi cosa vorrebbe sentirsi dire l’ospite da voi. In questo modo sarete più vicino alle esigenze del visitatore e potrete rispondere in maniera più empatica.

#6 Trasformare la recensione negativa in positiva. I potenziali turisti quando visitano la pagina di un hotel non hanno quasi mai il tempo e soprattutto la voglia di stare a leggere tutti i commenti. In genere vengono lette per prime le recensioni negative che sminuiscono la vostra struttura ricettiva. Quindi l’albergatore deve concentrare la propria attenzione sulle recensioni più negative in modo tale da “esaltare” le qualità del proprio hotel nella risposta.Non è necessario inserire testi lunghissimi ed ampollosi. Un esempio classico che può essere utilizzato da ogni tipo di struttura, dall’hotel di lusso al b&b, è quello di mettere in risalto il costante impegno e la totale dedizione che i gestori della struttura impiegano verso i propri clienti, riconoscendo che talvolta possono verificarsi delle piccole problematiche e disservizi.

#7 Stile della risposta. Oltre alla franchezza è importante utilizzare un linguaggio semplice e immediato. Non usate tecnicismi del settore alberghiero o acronimi noti solo a voi: molto spesso si dà per scontato che chi legge le nostre parole comprenda tutto. In realtà gli utenti possono non comprendere cosa state scrivendo perchè magari non conoscono determinate parole o politiche lavorative del settore turistico.

#8 Farsi pubblicità in modo produttivo. La frase più corretta che potete dire ad un visitatore scontento è: “Ci scusiamo per i disservizi che ha riscontrato durante il soggiorno nella nostra struttura. Ci assumiamo la massima responsabilità per quanto accaduto e la invitiamo a tornare nel nostro hotel, assicurandole il massimo del comfort”.
Questa risposta è il massimo che un cliente vorrebbe sentirsi rispondere. In due righe avete riconquistato il cliente insoddisfatto e tutti gli altri potenziali clienti che leggeranno la recensione. La vostra reputazione ne trarrà degli indubbi vantaggi.

 

Seguendo questi ottimi consigli, è probabile che le lacrime siano meno amare…

 


Ci sono tre regole per scrivere [un romanzo].
Sfortunatamente, nessuno sa quali siano.

William Somerset Maugham

«Non esistono regole. O se esistono, sono lì solo per essere infrante. Accetta queste contraddizioni. Devi essere pronto a reggere sul palmo della tua mano due o più idee contrastanti contemporaneamente.
Al diavolo la grammatica, ma solo se già ne conosci le regole. Al diavolo i formalismi, ma solo se hai capito che cos’è la forma. Al diavolo la trama, ma sarà bene che a un certo punto tu faccia succedere qualcosa. Al diavolo la struttura, ma solo se ci avrai riflettuto accuratamente e così a lungo da poterti spostare all’interno del tuo lavoro con sicurezza e a occhi chiusi.

I grandi infrangono le regole di proposito. Lo fanno per ricreare il linguaggio. Lo dicono come nessuno l’ha mai detto prima. E poi lo contraddicono, e continuano a farlo, infrangendo le loro stesse regole più e più volte. Pertanto, sii avventuroso nell’infrangere le regole, o magari perfino nel ricrearle.»

Testo di Colum McCann
da Robinson, La Repubblica del 20.08.17

«Il Presidente dichiara che i vincitori di “Treviso City Branding” – Bando Nazionale di concorso di idee per la realizzazione del brand, la progettazione grafica del marchio/logotipo e del relativo payoff per la promozione della Città di Treviso sono Ferena Lenzi e Paolo Celotto».

Queste le motivazioni:

1° Classificato “omissis”
I progettisti hanno saputo cogliere l’esigenza fondamentale di un marchio che non deve essere solo riconoscibile, gradevole esteticamente e facilmente declinabile, ma deve esprimere un’identità, un concetto e un senso passibile di letture a più livelli. L’uso di un inglese elementare, internazionale, suggerito dal suffisso “omissis” contenuto nel nome, ha portato ad integrare il pay-off stesso nel marchio, rendendolo originale, e si presta ad interpretare quella che anche in una visione prospettica dovrà essere l’identità prioritaria di Treviso. Treviso è una città aperta all’arte, alla cultura, allo sport ma soprattutto alle persone. Un museo a cielo aperto, quindi, non chiuso, ma vivo e dinamico, in grado di cambiare faccia e immagine a seconda dei diversi ambiti, rappresentati dall’apparato iconografico di supporto.

 

Amici, se venerdì 05 maggio alle 11.30 siete nei pressi del Museo Bailo a Treviso, beh, non perdetevi lo svelamento del logo e la conferenza stampa.
Io e Paolo saremo un bel po’ emozionati…

Al Bailo saranno esposti anche gli elaborati relativi agli  altri 11 progetti selezionati dalla Commissione su 107 progetti presentati. Dall’8 maggio fino al 20 maggio 2017,  l’elaborato vincitore e gli altri selezionati saranno esposti nell’atrio  del Palazzo municipale di Ca’ Sugana (in Via Municipio 16).

Come riuscire a intrecciare il destino di una marca con il destino delle persone?
Innanzitutto ponendosi una domanda, prioritaria rispetto a qualsiasi brief:

What do we want people to feel?

Cosa vogliamo che senta il consumatore di fronte a un prodotto?

Lo ha spiegato, con grande efficacia, Paolo Iabichino della Ogilvy & Mather all’incontro Dalle idee agli ideali. Nuovi scenari della comunicazione, in una serata organizzata da Tipoteca Italiana e FiordiRisorse.

Un esempio su tutti: promettere che un dentifricio garantirà un “sorriso scintillante” è un consumer insight, un bisogno del consumatore, costruito sul niente. Spiegare che il medesimo dentifricio aiuterà ad avere una bocca pulita e sana, significa rispondere a ciò che la persona sente come bisogno reale, concreto.

Riuscire a tracciare e sostenere un’inversione di rotta nella comunicazione e nella pubblicità, passando da un’idea (scintillante) a un ideale, implica un cambiamento del linguaggio, nella semantica, nella visuale. Prendere una posizione (e non preoccuparsi di posizionamento) fa sì che  il portato di valori dell’azienda diventi il portato di valore della persona.

 

 

Al centro del progetto non c’è più il prodotto, ma ci sono le tensioni culturali e ciò che accade nelle esistenze delle persone: è necessario uscire dalla sale riunioni ed entrare in empatia, creare una relazione, far sì che le marche «risuonino» e «impattino» attraverso emozioni contagianti e che in tal modo si facciano scegliere, non comprare.

Allora si sta sul mercato in maniera diversa e i canali social diventano habitat narrativi: la promessa si riempie di significato e l’azienda si assume una responsabilità diversa perché affronta tematiche rilevanti per la persona.

Se pensiamo che il pubblico – definizione che soppianta il concetto di target –, è in grado di accedere da solo alle informazioni, il racconto del prodotto non può più essere funzionale ma solo emotivante.
Se le marche imparano a tirare a sé il pubblico (pull) – stimolando l’affezione e la fidelizzazione – e si concentrano molto meno in messaggi utili per “farsi comprare” (push), forse anche il mondo diventa un po’ più bello.

Lo dimostrano questi splendidi video pubblicitari.

 

 

 

 

 

Qualche giorno fa, stanca di leggere l’ennesimo post riferito al #referendum costituzionale, di dubbia correttezza, o meglio di palese scorrettezza, mi sono permessa uno sfogo esplicito sul mio profilo Facebook, io che di politica non scrivo mai – e poi spiego perché.

Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstadt doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!
Una delle questioni cardine del processo al centro del film “La verità negata”, che ho visto qualche giorno fa al cinema, è se il sedicente storico – negazionista – David Irving, nel sostenere “non ci furono camere a gas ad Auschwitz”, fosse o meno in malafede. Se mentisse, cioè, sapendo di mentire.
La ricostruzione processuale di fatti realmente accaduti riguarda la difesa della storica americana Deborah Lipstadt, titolare della cattedra di Studi sull’Olocausto alla Emory University di Atlanta, accusata da Irving di diffamazione. Lascio stare l’inversione dell’onere della prova previsto dalla legislazione britannica (la Lipstad doveva provare ciò che apparentemente era ovvio: la realtà storica dell’Olocausto), – procedura articolata anche per me che ho fatto Giurisprudenza (!) –; ritorno invece sulla questione della libertà di affermare ciò in cui si crede davvero e sulla (in)tollerabilità di una menzogna pronunciata consapevolmente e strumentalmente. Qui è il fulcro. Estremamente interessante anche quando stavo sui libri di Diritto, secoli fa. Non è un caso, quindi, se lo stesso tema riaffiori dagli antri della mia coscienza, rispetto a quanto leggo – in particolar modo sui social, che in alcuni casi sono come una Ferrari data in mano a un ragazzino –, sul referendum costituzionale del 4 dicembre (e su quale altra questione, altrimenti?!). Ora, chi mi legge, sa bene che mi tengo lontana dalle faccende politiche, primo perché non le domino e sono convinta che si debba aprire bocca solo se si sia debitamente strutturati per affrontare l’argomento (questo e qualsiasi altro), secondo perché provo una certa repulsione mista a diffidenza nei confronti del sistema, terzo perché questo non è luogo di discussione adatto, ma ai sentenziatori convinti, dico: basta!
Se da una parte nutro la sensazione che la comprensione dei meccanismi sottesi e non, sfugga ai più, dall’altra alcuni commenti da parte di persone, soprattutto di quelle forti della loro professione, mi appaiono espressi con la consapevolezza di dire fregnacce. Se così fosse (ma anche se non fosse!), siamo allo frutta. Tutti.
Torniamo a studiare, prima di parlare, please!

Ieri Aldo Grasso ha dedicato la rubrica Padiglione Italia del Corriere della Sera, a “Titti Brunetta, la vestale del post verità”, e ai suoi 19 mesi di tweet sotto mentite spoglie.

Cos’era successo?
Ce lo racconta Jacopo Jacoboni in un articolo de La Stampa di Torino:

Beatrice Di Maio è una star del web pro M5S. Si muove nel territorio della propaganda pesante, che in tanti Paesi – per esempio la Russia di Putin, assai connessa al web italiano filo M5S – dilaga. Nella sua attività, Beatrice si è lasciata sfuggire alcuni tweet che delineano ipotesi di reati come calunnia e diffamazione; o vilipendio alla presidenza della Repubblica. È stata denunciata alla Procura di Firenze dal sottosegretario a Palazzo Chigi Luca Lotti, come provano alcuni documenti. Ma chi è esattamente Beatrice Di Maio, e ha qualcosa a che fare con la Casaleggio o la comunicazione ufficiale M5S? Si tratta di un account twitter pro M5S dedicato a una demonizzazione anti-Pd, senza disdegnare puntate contro il Quirinale. Beatrice ha 13.994 follower, è un top mediator, dentro un social network relativamente piccolo. Tweet e post di account analoghi diventano virali in Facebook attraverso un sistema di connessioni, nel caso di Beatrice dall’andamento artificiale dentro cui è inserita, alimentando un florido business pubblicitario, legato al flusso di traffico.

L’account twitter è stato prima sospeso, poi cancellato e infine si è fatta chiarezza: dietro quell’account c’era Tommasa Giovannoni Ottaviani moglie di Renato Brunetta, portavoce di Forza Italia.

Non stupisce perciò che Aldo Grasso in chiusa commenti:

Titti cinguetta e di lavoro fa l’arredatrice di interni. Dev’essere , se ho capito bene, una che fa nelle case degli altri ciò che non si sognerebbe mai di fare a casa propria.

Naturale perciò ripensare alla lectio magistralis tenuta all’università di Torino, nel giugno del 2015, da Umberto Eco che scatenò un ampio dibattito pubblico:

I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.