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Leggo oggi sul supplemento la Lettura del Corriere della Sera che Mark Zuckerberg ha 225 posizioni scoperte per personale con buone capacità nel campo della comunicazione e solo 147 posti per sviluppatori delle piattaforme digitali.

La notizia mi rincuora non poco. Almeno in astratto – chi esclude che possa diventare una cantastorie della Silicon Valley?! –, ho qualche chance visto che sulle mie capacità matematico/scientifiche, l’unico motto che mi viene in mente è la raccolta di temi di bambini di scuola elementare cui il maestro aveva dato un titolo esplicativo: Io speriamo che me la cavo.

Sebbene scienza, tecnologia, ingegneria e matematica siano materie indispensabili soprattutto in vista della sempre maggiore robotizzazione della vita quotidiana, uno degli obiettivi più critici per qualsiasi azienda è garantire una presenza umana in tutte quelle attività che vorremmo comunque vedere svolte da altri esseri umani, pur consci che un computer potrebbe fare meglio. Gestione delle relazioni, organizzazione del lavoro collettivo, motivazione del personale e persuasione: nessuna macchina potrebbe sostituirsi allo storytelling con cui un uomo persuade e suggerisce storie affascinanti e convincenti a un altro essere umano. La buona comunicazione è possibile solo se quell’uomo è dotato di empatia.

Pensando alla capacità di porsi nella situazione dell’altro, mi viene in mente l’articolo di Annamaria Testa Robot che scrivono: 7 punti per preservare il lato umano. Certamente una macchina – basta pensare al motore di ricerca da cui attingiamo tutti i giorni informazioni, Google – ha il pregio dell’esattezza, dell’oggettività, della meticolosità nella ricerca, ma come rinunciare alla forza impareggiabile dell’ironia, dell’uso di metafore, dell’approccio legato ai cinque sensi, del dubbio, della progettualità, della curiosità e della seduzione?!

Tali caratteristiche, indispensabili in una narrazione efficace, verbale o scritta non importa, e in molte altre faccende aziendali, a quanto pare, non si possono ottenere in automatico digitando una parola chiave e, tantomeno, acquistare un tanto al chilo al banco del supermercato.

Non sono passata dalle parole alla grafica. Se non fosse che il primo amore non si scorda mai, di un simile tradimento mancherebbero i presupposti: le competenze. Nemmeno l’osservazione ammirata dei colleghi che si muovono sicuri nei labirintici percorsi di InDesign CS6 o di Photoshop, è sufficiente a fornirmi gli strumenti per dominare il linguaggio delle immagini. Eppure sempre più mi accorgo di pretendere che alle parole si accompagnino coerenti suggestioni visive. Il gusto estetico ha sempre una componente di soggettività, ma una volta affinato, è molto probabile coincida con il senso comune del bello, del piacevole, del funzionale.

È per questo che mi sono sentita irrimediabilmente attratta dal libro di Riccardo Falcinelli, Critica portatile al visual design, Einaudi Stile Libero in cui il concetto di influenza reciproca tra linguaggi verbali e visuali è ben ribadito e ciò che viene percepito dagli occhi è sempre messo “in sinestesia con gli altri sensi e in rapporto all’immaginazione”.

Come le parole creano rappresentazioni, così il visual design “finisce per abitare i nostri pensieri” e le immagini non solo evocano qualcosa nella nostra mente ma finiscono per costruire modelli carichi di valore aggiunto. Mi piace che non esista un guardare svincolato dal linguaggio: “percepiamo sempre in un ambiente linguistico” (p. 17), quindi non è vero che le figure sono più efficaci delle parole. Riccardo in tal senso mi consola: “la comunicazione accade sempre durante altra comunicazione” (p. 15), perché “tanti sono i linguaggi che si basano sulla capacità di vedere: la pittura, il cinema, la lettura, la segnaletica, la danza” e viviamo “in un’epoca in cui tutto ciò che ci circonda è progettato per essere visto secondo certe intenzioni. Per informare, raccontare o sedurre.”(p. 53)
La stessa finalità per e con cui usiamo le parole.

Le immagini non dicono più delle parole, né i testi possono render conto di tutto il comunicabile. Testi e immagini fanno e dicono cose diverse, ciascuno svolge il suo preciso compito.
(p. 155)

Ecco quindi che posso sentirmi rasserenata dalla necessaria sinergia di parole e immagini:

Guardiamo, leggiamo, decifriamo simultaneamente, e di certo facciamo anche molto di più, tanto che potremmo trovare un verbo per ogni azione che coinvolge la visione: analizzare, scomporre, relazionare, confrontare. (p. 154)

Se ci pensiamo, usiamo pochissimi simboli alfabetici per formulare un numero quasi infinito di parole. La scrittura, che affonda le sue radici nella notte dei tempi e che è passata per le forme pittoriche e figurative preistoriche, le manifestazioni simboliche dei geroglifici, la grafia cuneiforme, fino ad arrivare all’alfabeto, è un’opera di massimo ingegno.

Ne parlava con stupore emozionato anche Galileo Galilei:

Ma sopra tutte le invenzioni stupende, qual eminenza di mente fu quella di colui che s’immaginò di trovar modo di comunicare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo? parlare con quelli che son nell’Indie, parlare a quelli che non sono ancora nati né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? e con qual facilità? con i vari accozzamenti di venti caratteruzzi sopra una carta.

Venti (più uno) caratteri, nella loro semplicità e razionalità, sono capaci di lasciare tracce, di coprire distanze spaziali e temporali, di fare da ponte tra cose visibili e cose invisibili, di comunicare le idee più nascoste.

Sebbene il libro stampato non sia più l’unico mezzo di trasmissione delle informazioni, soppiantato da internet, multimedialità, interattività e io stessa, in questo momento, non stia utilizzando una macchina da scrivere, ma un programma di videoscrittura che si serve di un alfabeto digitale, è pur vero che i caratteri, gli stessi caratteruzzi di cui quattrocento anni fa parlava Galilei, sono rimasti immutati e si dimostrano imperituri.

La parola è frutto delle innumerevoli combinazioni di quei caratteri e le sue variazioni sono una delle espressioni creative più affascinanti tra le capacità dell’uomo.

Eppure c’è un “rumore” che disturba l’essenzialità dell’informazione. Come scrive Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, “nel rendere conto della densità e continuità del mondo che ci circonda, il linguaggio si rivela lacunoso, frammentario, dice sempre qualcosa in meno rispetto alla totalità dell’esperibile” e le parole devono compiere “lo sforzo di render conto con la maggior precisione dell’aspetto sensibile delle cose”.

Tra la meraviglia di Galilei e la consapevolezza di Calvino, dove mi pongo?
In uno spazio in cui la forza demiurgica della parola è come il canto delle sirene: seducente e irresistibile richiamo, ma anche inevitabile allusione all’avventura, al rischio, a una prova da superare.

Quante volte abbiamo visto lo spot della Nespresso in cui un affascinante George Clooney beve il caffè?
Tante. E ci siamo mai chiesti dove stia il messaggio persuasivo che dovrebbe convincere noi consumatori ad acquistare le capsule di Volluto, di Arpeggio o di Livanto? Quale pensiero si aspettino, i pubblicitari, da noi acquirenti?

In effetti, nello spot vediamo George Clooney soltanto bere caffè e non c’è nessun altro collegamento esplicito tra un’azione e le sue conseguenze. Semmai viene lasciato allo spettatore di costruire un tassello aggiuntivo di ragionamento: George beve Nespresso ed è cool, se lo bevo pure io, divento altrettanto attraente.

Ermanno Bencivenga, in un interessante articolo sulla Domenica de Il Sole 24 Ore, però, ci mette in guardia denunciando non solo che lo spot è privo di logica ma anche che manchi completamente negli spettatori una capacità critica di reazione di fronte all’assenza di ragionevolezza. Se fossimo un po’ avveduti, infatti, dovremmo comprendere in un battibaleno che George rimane un personaggio vincente, a prescindere dal fatto che beva o meno il caffè e inoltre che non sia certo il caffè a renderlo più forte o ad attribuirgli doti aggiuntive.

Quale logica è allora sottesa allo spot? Nessuna!

Eppure, come obietta una studentessa a Bencivenga,

Lo spot funziona!

Non è forse nascosta in tale capacità di “funzionamento”, il più alto ragionamento?
Ho il sospetto che i pubblicitari ci abbiano pensato un bel po’…

 

Sono sempre così affascinata dall’uso delle parole che la lettura del post di Paolo Nori Una parola lussuosa come il plenilunio mi fa venire una gran voglia di condivisione.

E la cosa che mi piace ancor di più è che Nori citi Giorgio Manganelli, Per amor di troppità, in Il rumore sottile della prosa, Milano, Adelphi 2013 (2), pp. 89-90, libro che ha un titolo straodinariamente assonante con un mio post intitolato Le parole che fanno rumore.

Giuro: il libro di Manganelli non l’ho letto e certo dovrei affrettarmi a farlo, non ne conoscevo il titolo quando ho scritto il mio post e non so nemmeno da dove mi sia nata l’intuizione delle “parole che fanno rumore” ma, verosimilmente nella stessa misura di Nori e Manganelli, non mi posso sottrarre allincantamento e alla evocazione allucinatoria di cui le parole sono capaci.

Ho cercato di dire, un po’ a braccio, quel che pensavo delle parole nuove, o meglio ‘inventate’. Mi è capitato, anche per burla, di usare parole inesistenti: forse qualcuno ricorderà «troppità», in un recente corsivo. Confesso, mi piacerebbe che avesse fortuna; che un giorno il Battaglia lo registrasse come neologismo. Pensate, una parola lussuosa come ‘plenilunio’ è un neologismo dantesco. Che cosa è una parola ‘nuova’, includendo sotto la definizione anche le parole antiche ma perente? I fisici raccontano che nel mondo dell’infinitamente piccolo talora si disvelano particelle minime, infime, ma dotate di intesa potenza, anche se di vita estremamente aleatoria. Mi sembra che le parole inedite abbiano qualcosa di analogo: una intensità subitanea, allucinatoria, talora effimera, talora perenne: ‘Plenilunio’ è parola stupenda, ma prima che Dante la scrivesse non esisteva; è una apparizione.

D’Annunzio, uomo sommamente verbale, trasse dal nulla parole come ‘velivolo’, squisita, definitiva presenza. Amoroso di parole arcaiche, di termini desueti, D’Annunzio fece rivolare, come farfalle già congelate, parole come ‘crambe’, ‘nenufaro’, ‘pancrazio’; né occorre cercare sempre nel dizionario, talora agiscono come suono attivo, incantamento. Appunto, incantamento: una parola è un incantamento, evocazione allucinatoria, non designa una ‘cosa’, ma la cosa diventa parola, ed esiste nell’unico modo in cui può esistere: suono significante, arbitrio fonico, gesto magato ed efficace.

Il Festival Internazionale non poteva che svolgersi a Ferrara, una città che ti mette a tuo agio fin da quando scendi dal treno e vai a comperare il biglietto dell’autobus. E il workshop “Ogni incontro, una storia” di Annamaria Testa non poteva che essere la migliore occasione di tornare a sentirmi studentessa universitaria, con l’indubitabile vantaggio della consapevolezza dei quarant’anni (e più).

Per tre mattine, da venerdì a domenica, nell’aula EC2 della facoltà di Economia e Management di via Voltapaletto, ho giocato con la scrittura e condiviso, seduta stante, intuizioni e creazioni, dietro (o davanti?) al nick name che mi era stato richiesto. Non è un caso che il mio fosse Aquì&Ahora: nonostante la complessità del periodo che sto vivendo – una volta tanto o forse una volta di più, non lavorativamente parlando – , ho chiesto a me stessa di rimanere quanto più concentrata fosse possibile sull’opportunità di godere di uno spazio creativo, sotto la guida sapiente di Annamaria Testa e di lasciare che la scrittura si facesse corpo ed emozione.

Anni fa, quando nemmeno io sapevo che avrei fatto della scrittura una professione, una collega grafica mi aveva sorpreso facendomi trovare sulla scrivania una copia de La parola immaginata di Annamaria Testa. Sulla copertina, un post-it: Per te. Fu una lettura vorace, la stessa che si ripete quando la leggo sulle pagine di Internazionale o su Nuovo e Utile.
Da quest’ultimo weekend, è anche più bello sapere di poterla chiamare per nome e che ha un sorriso pronto e generoso.

Filo conduttore dei tre giorni sono stati l’incontro, le relazioni (simmetriche e complementari), il what if?, le voci e i colori, con la possibilità di indagare le somiglianze, di giocare e barare, di trovare linee creative e granelli di senso, attraverso esercizi di scrittura guidati e produzioni veloci in 7-15 minuti.
Unica regola: sbrigliare il pensiero, spalancare la mente e aprirsi all’universo delle soluzioni.

Pur in un paesaggio mentale fatto di libertà, ognuno si è sentito più o meno rispondente alle prove di scrittura richieste, ma il viaggio dell’immaginazione è stato arricchito dalla condivisione immediata: uno ad uno, abbiamo letto le parole scritte, cercando di dar loro onore con voci squillanti.
Per noi stessi e per gli altri. In un rito collettivo di svelamento di bellezza, di percorsi logici ed emozionali di gran forza, di creatività onesta e imprevedibile.

Dunque,

grazie, Annamaria, Ilaria e compagni tutti

PicMonkey Collage

 

Appena rientrata da un week-end lungo a Parigi, tralascio lo stato di dissociazione spazio/temporale da riadattamento alla routine di casa che mi ha colpito per un’intera giornata e rifletto sul significato di essere turista e di fare turismo.

Sempre più frequentemente e ormai da tempo, percorsi esperenziali, viaggi dell’animo, itinerari consapevoli sono concetti che rimbalzano dagli articoli di marketing turistico alle bocche degli amministratori nei convegni sul rilancio del territorio. Io stessa sono stata contattata da agenzie e tour operator, non solo italiane, al fine di selezionare e costruire proposte per piccoli gruppi o viaggiatori individuali, capaci di trasformarsi in esperienze.

Bene, mi verrebbe da dire che il viaggio in sé dovrebbe già essere esperienza.

Perché pensare, allora, a un’esperienza nell’esperienza?

Perché sempre più, a mio avviso, si stanno delineando due tipologie di turista.

C’è il turista che gira una città al seguito di una guida con l’ombrellino, circondato da altri 20/30 connazionali altrettanto ligi a rispettare una tabella di marcia che include 10 monumenti al dì, e c’è il turista che ha la capacità di comprendere che di una città (o di una qualsiasi altra destinazione) non è possibile vedere tutto e che vuole esplorare i quartieri meno battuti, entrare nelle panetterie, negli atelier, nei negozi di rigattieri o negli studi di designer.

C’è il turista che acquista oggetti improbabili nelle bancarelle nei dintorni di Notre Dame, e c’è il turista che si siede ai Giardini di Luxembourg a leggere un libro o in Place Dauphine a guardare i parigini giocare alla pétanque.

C’è il turista che mangia nei fast food, e c’è il turista che vuole assaggiare la cucina del luogo, sorseggiare un bicchiere di pastis come facevano Baudelaire o Verlaine.

C’è il turista che ama attraversare piazze gremite di gente e più ce n’è e più si sente nel posto “giusto”, e c’è il turista che vuole salire il ponte sul Canal Saint Martin dove hanno girato alcune scene de Il fantastico mondo di Amélie o noleggiare una bicicletta per perdersi nei mercatini rionali.

Forte delle emozioni e delle esperienze dell’ultimo mio viaggio, cosciente sempre più della differenza tra il turismo di massa e un certo stile barra consapevolezza nel viaggiare, ancora più a ragione so quale tipologia di turista mi piace essere.

Allo stesso modo, nel mio lavoro, so a quale tipo di turista che raggiunga il mio territorio, voglio rivolgermi, proponendo esperienze che diano valore al soggiorno, che parlino al cuore, agli occhi, alle orecchie del viaggiatore.

Penso a Tipoteca Italiana, un working museum sulla tipografia e il carattere, grazie al quale è possibile imparare a comporre e stampare con i caratteri mobili di legno o di piombo, a legare libri, a fare calligrafia. Non stupisce che arrivino studenti americani di grafica e di design dopo aver soggiornato a Roma, Firenze, Venezia e che ne rimangano affascinati, cogliendo che non vi è alcuna operazione nostalgia, ma solo tanta creatività e un reale amore per la carta e il libro analogico, amore che non abdica al mondo digitale.

Penso alla latteria Perenzin che al nuovo brand PER ha aggiunto il payoff Percorsi Enogastronomici di Ricerca a chiarire che fare formaggio può voler dire fare cultura.

Penso alle cantine nelle zone del Prosecco che aprono le loro vigne ai visitatori-lavoratori nel periodo della vendemmia, offrendo un mix vincente di tradizione e modernità. Con il sapore dei salumi, del formaggio, del vino. Il profumo dell’aria buona di collina. La vista su borghi e ville palladiane.

E allora sì potremo parlare di esperienze e viaggiare sarà sperimentare!

foto: Archivio Fotografico @Tipoteca Italiana

Vera – solo il nome è di fantasia – è una donna raffinata.
Madre americana, studi identici ai miei, tratti eleganti e dolcezza nei modi. Mi ascolta silenziosa e attenta e, quando parla, esplora con naturalezza mondi fatti di letture americane e irlandesi, sorriso sulle labbra e occhi che paiono velarsi.

È venuta a trovarmi questa mattina ed era la prima volta che ci vedevamo. Di me conosceva solo le pagine del blog di Scripta & Co., ma, per quella strana legge dell’attrazione che spinge a gesti solo apparentemente irrazionali, si era sentita a tal punto coinvolta, quasi fosse la destinataria unica delle mie parole, da scrivere una mail, chiedendo un incontro.

Abbiamo parlato tanto ed è stata una danza sui percorsi della vita, sulle attese, sulle consapevolezze. Un sentire condiviso: il lavoro, l’inseguimento dell’identificazione, la determinazione di sé e della propria stanza la poesia, le letture di Carver, Virginia Woolf, J.E. Williams, Goliarda Sapienza, Italo Calvino.

Prima di andarsene, Vera ha preso dalla borsa due articoli di giornale.
Aveva ritagliato per me l’estratto di un’intervista fatta a William Faulkner dagli studenti di scrittura creativa dell’Università del Mississipi, nel 1947 e la presentazione scritta da Melania Mazzucco per il romanzo di Kate Chopin, Il risveglio, riproposto da Nova Delphi Libri.

Da una parte, consigli pratici sulle letture e sulle tecniche di scrittura, dall’altra, la letteratura come atto creativo liberatorio, oltre tutte le convenzioni.
In entrambi, la forza dell’intelligenza e delle parole. E non sempre solo di quelle scritte.

Morale:

Se un blog sa essere occasione di incontro tra Persone,
ha senso che io continui a scrivere

 

 

 

Occupandomi di copywriting, mi trovo a che fare quotidianamente con la necessità di frasi brevi, l’efficacia del less is more, gli indici di leggibilità, le leggi della vicinanza e le piramidi rovesciate.

Nonostante questo, non sono ancora abbastanza istruitaprofessionale o contaminata – dipende da come la vedete – , da non subire il fascino di certa scrittura.
E mi viene da dire:


Per fortuna!

 

Leggete anche voi queste righe di Italo Calvino tratte da  Sotto il sole giaguaro,  una raccolta di racconti dedicati all’olfatto, al gusto e all’udito, apparsi tra il 1972 e il 1984 e pubblicati postumi nel 1988, che mi sono capitati sotto il naso proprio ora. E ditemi se una scrittura così prolissa, articolata e complessa, non è davvero in grado di farvi tornare la voglia di utilizzare i sensi, di affinarne l’uso e di riscoprire ciò che diamo troppo spesso per scontato.

 

Per ogni pelle di donna c’è un profumo che esalta il suo profumo, la nota nella gamma che è insieme di colore e sapore e odore e morbidezza, e così il piacere di passare di pelle in pelle può non avere fine. Quando i lampadari dei saloni del Faubourg Saint-Honoré illuminavano il mio ingresso nelle feste di gala, la nuvola pungente dei profumi mi travolgeva dalle scollature bordate di perle, sul morbido fondo di rosa bulgara si levavano trafitture di canfora che l’ambra faceva aderire alle vesti di seta, e io m’inchinavo a baciare la mano della duchessa du Havre-Caumartin respirando il gelsomino che aleggiava sulla pelle lievemente linfatica e porgevo il braccio alla contessa di Barbès-Rochechouart che mi catturava nell’effluvio di sandalo in cui la sua compatta bruna carnagione era come avviluppata, e aiutavo la baronessa di Mouton-Duvernet a liberarsi le spalle d’alabastro dal mantello di lontra e una vampata di fucsia m’investiva.

Il post di oggi è del tutto estemporaneo, perché nasce dalla lettura di un articolo sull’inserto domenicale (#133_08 giugno 2014) del Corriere della Sera, a chiusura de Il dibattito delle idee, iniziato ad aprile e incentrato sul tema scuola.

Il titolo “Lo zero nella verifica? Io l’ho trasformato in un bel pupazzetto”, di Francesco Dell’Oro porta immediatamente a ricordare i vari 6 meno meno, 4 e mezzo, dal 3 al 4, che quasi a tutti sono toccati, almeno una volta, nei compiti di greco o matematica. E sul senso di quei numeri ci sarebbe da discutere a lungo. Ma, al di là dei simpatici – a posteriori – amarcord, a intrigarmi, per ovvi motivi, è la proposta di Dall’Oro di trasformare il compito di italiano in un laboratorio di scrittura.

In effetti, me ne rendo sempre più conto facendo la copywriter, le persone, anche dopo un intero corso di studi, fanno una fatica indicibile a scrivere testi comprensibili, fluidi, gradevoli. Allora perché non allenare i ragazzi al piacere di una scrittura efficace, scaricandola del peso di una valutazione e ripetendo l’esperienza una volta a settimana e non solo due, massimo tre, volte per quadrimestre?

I ragazzi sono continuamente connessi ai loro cellulari e preferiscono scrivere un numero infinito di messaggi, piuttosto che parlarsi a voce, pur offrendo, le compagnie telefoniche, piani tariffari flat. Non si può dire, perciò, che non scrivano.
Anzi, qualche giorno fa, ho letto un altro interessante articolo, in cui si smentiva la lamentata fine delle lettere – quelle inviate in una busta affrancata –, grazie alla tesi della loro trasformazione in mail o messaggi. Condivisibile?!

In realtà, tutto questo continuo scambio di parole scritte non è sinonimo di capacità di scrivere.

Non penso necessariamente che gli studenti debbano cimentarsi con produzioni creative, letterarie o poetiche.

Immagino, però, come Dell’Oro, un tempo “dedicato”, messo cioè a disposizione degli studenti, in un contesto e con gli strumenti adeguati, per imparare a dare forma alle idee.

Mi affascina il pensiero di una scuola come bottega artigianale della scrittura, dove gli adulti sganciati per una volta dalla logica delle prestazioni e della loro misurazione, siano capaci di trasferire passioni, competenze, esperienze, valori e regole e i ragazzi si sentano accettati, motivati, incoraggiati anche davanti errori e difficoltà, finalmente messi in condizione di ascoltarsi ed esprimersi, così come accade quando si scrive.