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Prendi la Filanda di Campocroce, uno stabilimento costruito nel 1876 dall’ex ufficiale del Regio Esercito Cav. Pietro Motta, nelle campagne tra Mogliano Veneto e Preganziol, a fianco di una piccola chiesa.

Attraversa i portici dell’edificio centrale, calpestando mattoni che portano ancora i marchi originali di fabbrica.

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Entra nelle due costruzioni che delimitano il giardino e ammira conservati forni e macchine da lavoro.

 

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Sali nella gallettiera e affacciati agli altissimi finestroni che servivano a far entrare luce nello stanzone dove donne, adulte e bambine, filavano la seta.

 

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Considera che dal 1956, anno di cessazione dell’attività bacologica, al recupero iniziato nel 1989, l’opificio fu utilizzato in vario modo.

 

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Scopri che questo impeccabile esempio di archeologia industriale sia ora occupato da atelier di pittori, studi di architetti, laboratori di designer, officine di comunicazione e che da ogni stanza trasudi creatività, e anche tu proverai il fascino della commistione tra la storia dell’operosità, i segni del tempo trascorso, il potere del laborioso fermento e del co-working, la forza dell’innovazione e l’intelligenza nell’estro.

 


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[AAA: copywriter filanderina offresi]

10 ottobre. Il titolo della giornata é chiaro: “Veneto for you, istruzioni per l’uso”. La location è senza ombra di dubbio a cinque stelle: è infatti il Molino Stucky Hilton di Venezia ad ospitare il 12* Workshop internazionale del turismo nel Veneto.

Gli interventi al seminario di apertura del #BuyVeneto2013, organizzato dalla Regione Veneto e dal #GIST, Gruppo Italiano Stampa Turistica, nelle intenzioni, devono presentare “una panoramica di casi di successo nella promozione del Veneto sui mercati internazionali e nell’accoglienza del turismo straniero”.

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La sensazione, però, è di trovarmi alla fiera delle banalità.

Ecco una cronaca veloce, ma abbastanza fedele, di quanto è stato detto:

Franco Masello, presidente di Veneto Promozione
Il cliente non vuole un prodotto, cerca un servizio.
Il cinese non vuole solo la storia di Venezia, ma vuole fare una partita a golf, andare in un outlet, ecc., ma c’è troppo poco marketing tra aziende.

Marco Mainardi, direttore del camping Marina di Venezia
(capacità per 12.000 persone provenienti da Scandinavia – Olanda – Germania per il 60% -Svizzera)
Per conquistare il turismo straniero, si è fatto “sistema” coinvolgendo 30 campeggi di Cavallino Treporti.
Ci sono tante strade per avere clienti: passaparola 80%, 22% internet, fiere 4%, fidelizzazione.
È necessario far trascorrere una vacanza indimenticabile.

Enrico Biancato, manager di Noventa di Piave designer Outlet
I visitatori stranieri rappresentano su base annua il 47% del fatturato (russi e cinesi in crescita rispettivamente del 47% e 126% rispetto al 2012).
L’outlet si è dotato di una nuova figura, il tourist manager (con sedi a Tokyo, Seul, San Paolo, New York): intercetta e invita il cliente prima che arrivi in Italia inserendo la shopping destination all’interno della vacanza. A Noventa, i 726 dipendenti parlano in inglese, tedesco e mandarino per far sentire i clienti a casa. Appello: Abbiamo bisogno delle istituzioni per fare sistema.

Renzo Minella, direttore marketing comprensorio sciistico Passo San Pellegrino
L’Europa centro-orientale (Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Croazia) rappresenta il 40% del mercato, raggiunto con fiere ed educational. Il Comparto montagna è carente sul piano servizi: bisogna aggiornarsi rispetto alla domanda (non basta offrire solo l’hotel ma vendere le emozioni al di fuori delle strutture). Gli albergatori devono guardarsi intorno e vendere i rifugi, il wellness al naturale, le passeggiate in notturna. Non basta vendere il comprensorio Dolomiti.

Angela Stoppato, presidente Consorzio Terme Euganee-Abano-Montegrotto
Il Turista russo, con presenze in forte crescita è molto esigente (accoglienza, interprete per le visite mediche, cultura e shopping, tv in russo). Utile facilitare l’ottenimento del visto; il turista russo è di solito intermediato ma iniziano le prenotazioni indipendenti. Bisogna rendere le terme uno status symbol> cura naturale (terme come destinazione)> brevetto internazionale per le proprietà antinfiammatorie del fango.

Giuseppe Lorenzini, presidente onorario Associazione albergatori del Garda
Gli olandesi arrivano sul Garda dal 1957, al 2′ posto della frequentazione del Garda, dopo i tedeschi. Le prenotazioni arrivano via internet e dai portali, ma le commissioni sono alte. La vacanza è di conoscenza e non solo di relax. La pensione completa non esiste quasi più, regge la mezza pensione, ma meglio ancora la formula BB. Le destinazioni devono avere identità precise (golf, parchi tematici,ecc.), perché non vale più un turismo generalizzato. (NDR, per chiudere, una frase mozzafiato) “bisogna abbattere internet”.

Maria Adelaide Avanzo, imprenditrice di Taglio di Po
Nel Veneto troviamo la massima ricchezza di espressione del paesaggio. Il delta del Po (ente parco) potrebbe entrare nel patrimonio dell’uomo nella biosfera. Aneddoti su Ca’ Zen (tra gli ospiti, Lord Byron nel 1823)

Bona Zanuso, fondatrice del network ville venete Villegrandtour
Creata una direzione commerciale che è un braccio armato per l’industrializzazione della rete di 18 ville, castelli e dimore storiche. La vacanza ha una serie di ingredienti e nessun elemento svilisce gli altri. Necessario creare un brand internazionale che colleghi cultura, shopping, ecc. Pensiamo al Modello francese: in Provenza arrivano 20 milioni di turisti l’anno pur con meno potenzialità del Veneto. Progetti concreti: dal 2014, la società che vende i biglietti di tutti i musei europei, entra nella rete di vendita delle ville (collaborazione tra pubblico e privato). Il Prodotto deve essere easy to buy nel mondo. L’offerta consiste in un Pacchetto che include Palladio, Bocelli, Armani, Bottega Veneta, grandi vini. Il turismo ha bisogno di fiducia (passaparola). Suggerimento: Attrarre gli spostamenti su eventi di fama internazionale.

Alessandro Martini, project manager Golf in Veneto e direttore del Consorzio Marca Treviso
Turismo del green: tedeschi, austriaci, inglesi, scandinavi. L’offerta si contraddistingue per la possibilità di giocare in location particolari (Garda, sotto le Tofane, Venezia). Andare nel mercato in ordine sparso non funziona. Ve integrata l’offerta del green con gastronomia e luoghi di charme (attenzione al bello). Intenzioni: entro il 2014 creare un club di prodotto (standard di servizio: hotel, aeroporti, trasporti)

Giuseppe Pan, sindaco di Cittadella
Per il turismo slow, sono stati creati 13 itinerari in città murate, piccoli borghi, lagune (bici+barca)

Mara Manente, direttore Centro internazionale studi sull’economia turistica – Università Ca’ Foscari
Qualsiasi azione deve avere 4 tempi: conoscere il mercato/ programmare/ gestire e infine monitorare. Il turismo internazionale per il 1′ semestre 2013 segna un +3,8%.

Sono trascorse due ore l’unica domanda che continua a risuonarmi dentro è cosa mai possa lasciare agli iscritti un seminario di tale tenore.
Ditemelo voi, vi prego.

Capita che un progetto artistico, sia pure di valore, non trovi, per i motivi più disparati oppure senza nemmeno un motivo, finanziatori e produttori e che rischi di rimanere un sogno nel cassetto. Capita però che il sogno sia così grande e illuminato che i suoi ideatori lo vogliano con gran forza realizzare. Capita quindi che si organizzi una tournée, che è un viaggio dentro quel sogno, in giro per l’Italia, per raccogliere i fondi necessari, coinvolgendo dal basso persone e risorse.

È il crowdfunding: un processo di collaborazione e di finanziamento, che mobilita, prima ancora che il denaro, le coscienze.

Ieri sera, a Treviso, è accaduto proprio questo: il documentarista, sceneggiatore, aiuto regista e visual effector di film come Baarìa, Habemus Papam, La miglior offerta, Diaz, vincitore del David di Donatello 2013, Mario Zanot, già autore dell’intervista-documentario Anam, il senzanome, ha chiesto il sostegno di liberi finanziatori per realizzare il film Un indovino ci disse, sul viaggio di 40 mila km, compiuto da Tiziano Terzani, nel 1993, nel cuore dell’Asia.

L’evento, definito una “chiamata alle Arti”, organizzato dall’amico Gerardo De Pasquale e inserito in una vera e propria tournée per le città italiane, è stato emozionante e intenso. La performance del quartetto d’archi Archimede si è armoniosamente fusa con i video proiettati, con le melodie jazz del trio Tri-o-gge77 (voce, sax baritono e batteria), con le letture degli scritti di Terzani e con i modi composti del regista Zanot, che ha parlato del suo sogno, un film per il cinema su un Terzani lontano dall’immagine degli ultimi anni, quelli della malattia.

Un film per riflettere sulla pace, che non è il solo contrario di guerra.

Terzani, giornalista che la guerra l’ha raccontata tutta la vita, aveva ben compreso che la pace è provare sentimenti, intuire, scavare e cogliere la Bellezza che è dentro ciascuno di noi, che apparteniamo all’universo, in cui ogni parte riflette la totalità.

Se il crowdfunding diventa occasione per iniziare una rivoluzione con la poesia, ben venga!

Ciò che è fuori è anche dentro; e ciò che non è dentro non è da nessuna parte. Per questo viaggiare non serve. Se uno non ha niente dentro, non troverà mai niente fuori. È inutile andare a cercare nel mondo quel che non si riesce a trovare dentro di sé.

 

Inizia con la lettura dell’incipit di Libera nos a Malo di Meneghello e di un testo sui mona, da parte dell’attore Mirko Artuso, lo spettacolo “Scusate il ritardo” di Marco Paolini e dell’inseparabile Mario Brunello, a Treviso, nella sera non troppo umida del primo ottobre.

S’incomincia con un temporale. Siamo arrivati ieri sera, e ci hanno messi a dormire come sempre nella camera grande, che è poi quella dove sono nato. Coi tuoni e i primi scrosci della pioggia, mi sono sentito di nuovo a casa. Erano rotolii, onde che finivano in uno sbuffo: rumori noti, cose del paese. Tutto quello che abbiamo qui è movimentato, vivido, forse perché le distanze sono piccole e fisse comeun teatro. Gli scrosci erano sui cortili qua attorno, i tuoni quassù sopra i tetti; riconoscevo a orecchio, un po’ più in su, la posizione del solito Dio che faceva i temporali quando noi eravamo bambini, un personaggio del paese anche lui. Qui tutto è come intensificato, questione di scala probabilmente, di rapporti interni. La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole.

La data, per noi trevigiani, non è solo di un ritorno.

Sebbene fossero 14 anni che Paolini non tornava in città, dopo che la sua protesta in mutande, con gli orchestrali, all’interno del Teatro Comunale, per la vendita dello stesso alla Fondazione Cassamarca, l’aveva fatto mettere al bando dall’amministrazione comunale, il primo ottobre è il segno di un inizio.

Gente con il sorriso sulle labbra, sguardi attenti, orecchie tese. Centinaia di persone in piedi, oltre quelle sedute sulle settecento sedie messe a disposizione in piazza, come in un teatro. Una simile affluenza (“se non trovè i vostri simili in piassa, e ghe xe solo che foresti, domandève dove che i xe finii…serài in casa! Déve n’appuntamento, trovéve“) era da tempo che non si vedeva, soprattutto per un cosiddetto “evento culturale”.

Sì, perché della musica, della lirica, del teatro, della poesia, della letteratura, quali strumenti di cambiamento, Paolini ha sempre fatto il suo cavallo di battaglia.

Non a caso cita Verdi con le sue storie di prostitute, zingari, gobbi, raccontate anche a chi a teatro non ci poteva andare.

Il violoncello di Brunello si alterna al monologo di Marco e tocca momenti altissimi con l’ Ave Verum di Mozart (video IMG_1269) , lo stesso brano suonato in mutande davanti all’allora sindaco.

 

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foto di Franco Favero

 

Il pubblico in Piazza dei Signori e sotto la Loggia dei Trecento ascolta divertito gli inizi con l’ex Linea 10, le disavventure per un attore del Living Theatre arrestato mentre lavorava a maglia in calze a rete e gli aneddoti sull’organizzazione di uno spettacolo con Carmelo Bene, in netta perdita, sotto un tendone da circo noleggiato vicino alla ferrovia, con le birre piene di Gutalax pronte per sabotare la serata.

Paolini è narratore, è il narratore di storie, sensibile e divertente, con una capacità perfino disarmante: non ci sono più confini tra palco e platea.
Pare di essere seduti ad un tavolo, con amici, davanti a un bicchiere di prosecco, a chiacchierare e a condividere i ricordi.

Tra un sorriso e l’altro, tutti riflettiamo sull’amaro delle scelte “contro” (quelle sì, “contro”) la cultura e la coscienza di un luogo:

Abbiamo perso il senso della tragedia, pensando che sia una cosa che appartiene ai greci. Invece no, non esiste solo la commedia all’italiana. Esiste la tragedia e se ce lo ricordassimo forse non dimenticheremmo chi sta peggio, gli ultimi, non li lasceremmo indietro.

Grazie, Paolini, è da qui che comincia il cambiamento.

Sono molto critica verso le parole che scrivo.
Perennemente affascinata dall’infinita combinazione di sfumature, espressioni, forme, dettagli, punti e virgole, mi confronto con il bisogno, quasi fisico, di mettere per iscritto i pensieri, e la consapevolezza, a volte tormentata, che l’abilità non è mai del tutto acquisita.

D’altronde, se Ezra Pound afferma che:

Una fondamentale accuratezza d’espressione è il solo principio morale della scrittura,

Theodor Adorno, in Minima Moralia, sostiene che:

Non c’è correzione, per quanto marginale o insignificante, che non valga la pena di effettuare. Di cento correzioni, ognuna può sembrare meschina e pedante; insieme, possono determinare un nuovo livello del testo,

mostrando chiaramente di essere “affetto” dalla mia stessa malattia.

Ieri, però, ad ArteLibro, Mostra Mercato del libro d’arte, nei saloni di Palazzo Re Enzo e del Podestà, a Bologna – peccato per l’allestimento sottotono–, ho trovato una copia del Manifesto tecnico della letteratura futurista.

Per Marinetti, l’abolizione della sintassi e della punteggiatura, i verbi all’infinito, la disposizione a caso dei sostantivi, l’abolizione di aggettivi e avverbi sono il lasciapassare delle parole in libertà e dell’immaginazione senza fili.

Riprodurre, senza mediazioni tra ispirazione ed espressione, rumori, suoni, odori, movimento e mutamenti, è il modo per perdere il filo logico e per collocare sulla pagina le parole così come nascono nella mente.

Che dire? illuminante e liberatorio…al diavolo tutti gli scrupoli!

Quando dico che mi occupo di copywriting, gli occhi del mio interlocutore hanno un’espressione smarrita e, il più delle volte, ne consegue uno sperticarsi di domande e di risposte che difficilmente offrono contezza del lavoro che svolgo.

Per qualche ragione, appare insolito che la scrittura possa essere l’oggetto e lo strumento di una professione.

Nemmeno la definizione di Copywriter data dal dizionario soddisfa appieno la curiosità suscitata.
Per il Garzanti sono redattore di testi pubblicitari mentre per il Devoto-Oli sono colui che scrive, il redattore che si occupa di comporre i testi pubblicitari all’interno di una agenzia pubblicitaria. Non si può certo dire che siano spiegazioni esaustive e, in effetti, le applicazioni sono talmente tante che riassumerle richiederebbe troppo tempo.

Trovo invece molto efficace il contenuto di un annuncio affisso nel 1982, dall’agenzia Livraghi, Ogilvy & Mather – alla ricerca di un Copywriter –, per le vie di Milano.

Eccolo.

Cerchiamo un vero Copywriter
Questa e’ una grossa occasione per qualcuno di molto speciale.
Qualcuno che capisca davvero cosa vuol dire
lavorare professionalmente in pubblicità.
Abbiamo parecchio da offrire.
Ma abbiamo esigenze precise e severe.

Che cosa chiediamo
Per noi un copywriter non e’ un giocatore di parole o un inventore di fantasie gratuite; e’ qualcuno che sa scrivere molto bene in italiano. Un italiano chiaro, semplice, vivo; mai manieristico o inutilmente goliardico.
Come tutti coloro che hanno vere capacita’ creative, e’ un pignolo. Prima di metter mano a una campagna vuol sapere tutto sul mercato, sul prodotto, sul consumatore.
Nella realizzazione, cura minuziosamente tutti i dettagli.
Ama parlare con la gente, verificarsi direttamente con il pubblico. Diffida delle ricerche se sono troppo schematiche, troppo astratte o troppo astruse.
Crede nel nostro mestiere, lo prende sul serio, si impegna a fondo. Si diverte a farlo bene.
È malato di inguaribile curiosità. Vuol sapere che cosa c’e’ di nuovo nella testa della gente.
Difende con chiarezza le sue idee, ma sa anche ascoltare. Sa che nel nostro lavoro chi smette di imparare diventa presto inutile.
È un buon compagno di lavoro. Rispetta i suoi colleghi in tutti i reparti dell’agenzia e si fa rispettare da loro.
Sorride spesso. Riesce a mantenere il buonumore anche quando un regista sbaglia una ripresa o un cliente rifiuta una proposta.
Non si accontenta mai della mediocrità.

Nota:
Abbiamo detto “un” copywriter; ma se ne troviamo due, tanto meglio.
Abbiamo detto “un” copywriter, ma naturalmente se e’ “una” non fa alcuna differenza.
Abbiamo detto un “copywriter”, ma ci interessa anche un art director se ha capacita’ concettuali (non solo grafiche) e se corrisponde al profilo che abbiamo descritto.
Non abbiamo precisato il livello di esperienza e’ intenzionale. Ci può interessare sia una persona di alto livello, sia chi ha esperienza più breve, purché sia della specie giusta.

Se trovassi adesso un annuncio di questo calibro, non esiterei un attimo a presentarmi!
Ma di agenzie così attente a dare pregnanza a un ruolo quale quello del copywriter, se ne trovano sempre meno in giro…non mi resta che continuare a fare la freelance e a divertirmi a scrivere.

 

Temo che la domanda Avete ricevuto, durante le vacanze estive, almeno una cartolina da un vostro amico? contenga retoricamente una risposta già data per conosciuta. È probabile infatti che mi rispondiate in coro: No, nemmeno una!.

Ci pensate che ormai nessuno più scrive biglietti e men che meno lettere, a penna?
Peccato!

Uso senza sensi di colpa computer, smartphone e tablet ogni giorno, non credo perciò di poter essere definita una nostalgica reazionaria se affermo che scrivere di proprio pugno, oggi, assume un valore quasi rituale: scegliere la carta, trovare la penna che scriva bene, fare attenzione a non commettere errori, rileggere assaporando la fisicità del foglio, affrancare e imbucare.

I gesti lenti, le linee di inchiostro sulla carta, segno fisico di emozioni e di sentimenti, il viaggio per certi versi affascinante compiuto dalla busta, la consegna asincrona, ecco quali sono gli elementi del dono che chi scrive a mano, fa, non solo al destinatario, ma anche a se stesso.

Non perdiamolo, questo “gusto”.

P.S.: se dovete scrivere una lettera formale, a penna o usando (ok, ci sta) la tastiera del computer, ci sono delle regole da rispettare.
Date un’occhiata a questo interessante link: http://www.treccani.it/enciclopedia/lettere-commerciali-e-ufficiali-prontuario_(Enciclopedia_dell’Italiano)/

E pensare che da piccola ne ho mangiato così tanto da rischiare l’indigestione!

Mia mamma lo preparava secondo la migliore ricetta, anzi, l’unica ricetta, quella trevigiana, e le riusciva proprio bene.

Di cosa parlo? Del Tiramisù, dolce al cucchiaio, da leccarsi i baffi, di cui il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia, ha chiesto il riconoscimento territoriale, ovviamente veneto, scatenando le reazioni accese di una novantaseienne friulana, che si attribuirebbe la maternità.

Della capacità propria dell’enogastronomia di valorizzare un territorio e di attirare turisti e della possibilità di trasformare le destinazioni in luoghi da vivere e in spazio per le emozioni, anche in riferimento ad una specialità dolciaria, ho scritto in tempi non sospetti, prima che giornali nazionali ed esteri se ne occupassero in maniera diffusa – non credo solo per riempire le pagine di cronaca estiva –, congratulandomi con una giovane trevigiana che aveva scelto di scrivere la tesi di laurea proprio sul Tiramisù e sul destination marketing.

Ora che anche il presidente della Regione si è attivato, tutelando il Tiramisù, invenzione – ne siamo tutti certi, qui a Treviso –, di Lolli Linguanotto, cuoco negli anni ’70 del ristorante Alle Beccherie, su indicazione della proprietaria Ada Campeol, quale “Specialità territoriale garantita”, mi permetto, con evidente orgoglio campanilistico, di dare un piccolo suggerimento per la sua preparazione.
Non utilizzate altri biscotti che non siano i savoiardi e imbeveteli nel caffè, ma, mi raccomando, non inzuppateli troppo!

Non è trascorsa nemmeno una settimana dal mio rientro dalle Isole Cicladi e la nostalgia è tanta!
Il mio viaggio intorno e dentro Santorini, Folegandros e Milos può essere riassunto in una caleidoscopica suggestione di bianchi abbaglianti, di blu cobalto e di turchese, di sale sulla pelle e di acque profonde, di profumo di basilico e menta, di vento che scompiglia i capelli, di miele e yogurth, di raki bevuto dopo cena nelle taverne, di rocce vulcaniche e pietre rosse e nere, di visi dei pescatori segnati dalle notti in mare, di polpi appesi al porto, di attese al tramonto, di luoghi dell’entroterra ancora genuini e di molto altro che mente, occhi, animo hanno catturato.

 

 

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Nonostante il processo di metabolizzazione dello stress da rientro non sia affatto scontato e la dimensione trasognata di quando riguardo le foto mi appartenga più della voglia di mettere ordine alla mia scrivania, alcune riflessioni sul viaggiare frullano qua e là.

Innanzitutto mi viene da dire che il fatto di prendere un aereo e raggiungere una località non attribuisce ad alcuno la patente del “viaggiatore”.

A Santorini, ho visto migliaia di persone, di tutte le nazionalità, scendere da mastodontiche navi da crociera e invadere, con le ore contate, le vie centrali della località nei pressi del porto, fermarsi a fotografare oggetti esposti in negozi di chincaglieria di scontata provenienza, mangiare in ristoranti internazionali o peggio ancora al fast food, immortalare in smartphone o nei tablet, in una corsa contro il tempo, tutto quello che capitasse loro sotto il naso, muoversi in gruppi ognuno con un numero appeso al collo, acquistare prodotti che di tipico avevano solo la dicitura sul pacchetto.

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Eppure, tutte quelle persone avranno fatto ritorno, come me, alle loro case, affermando di essere state a Santorini. Ecco, qui sta il fatto: non si tratta di collezionare destinazioni, come fossero figurine, questa ce l’ho, questa mi manca! Un luogo deve essere vissuto; se non sono bastate a me 12 notti per dire di conoscere appieno le isole che ho raggiunto, certo non è la visita mordi-e-fuggi a consentire di compiere quel viaggio incredibilmente ricco di emozioni, possibile solo se ci si spoglia delle proprie abitudini per fare spazio all’accoglienza del nuovo e del diverso.

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Abbandonare i percorsi battuti dalla massa, noleggiare uno scooter per muoversi fuori dai tragitti canonici, sperimentare la cucina tradizionale, parlare con la gente del posto, curiosare tra la barche dei pescatori, osservare la natura e concedersi lo stupore nello sguardo, rallentare i ritmi del quotidiano per starsene fermi, seduti in silenzio ad assaporare atmosfere e paesaggi sono “altro” rispetto alle macchine da guerra, chiamate tour operator o viaggi organizzati.

 

 

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Un misto di rabbia e di dispiacere, mi assale se penso ai wedding tour, per i quali l’unico scopo del viaggio è scattare più foto possibili con cambi di abito continui, parrucchieri e truccatori al seguito, nei punti più suggestivi come su un set, senza che i protagonisti abbiano davvero il tempo di “guardare” e lasciarsi andare alla magia della natura.

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Certo, è necessaria una certa consapevolezza! A me piace molto leggere informazioni sui luoghi che attraverso e questo mi consente di appropriarmi dello spazio e del tempo, dando un senso e un significato a ciò che vedo, ascolto, annuso, tocco, assaggio. C’è chi ama avere con sè un romanzo ambientato nel luogo della vacanza, cercato e acquistato prima della partenza: trovo che sia un’ottima modalità per entrare ancor più in empatia con una terra e le sue genti, soprattutto se lontani dalla propria cultura. Anche la musica, ha la sua importanza. Se corro con la mente alle mie cene a Megalochori, alla taverna Raki, dove ho assaggiato quasi tutto, come posso non pensare al potere delle canzoni di Orfeas Peridis, di Thanos Mikroutsikos, di Melina Kana, in sottofondo, di creare un tutt’uno tra tradizione, arte e cultura?

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Viaggiare è un cammino dell’animo, è tempo lungo, è ascolto. Poco di ciò appartiene al “turista”.
Lasciando andare ancora la mente, in modo un po’ anarchico, voglio chiudere dicendo che, oltre alla ricchezza che ho nel cuore, un pezzetto di Santorini è anche fisicamente tornato a casa con me: due piante di menta che la mamma di Elias, presso il quale dormivo, mi ha preparato prima della partenza già avvolte per essere infilate in valigia e un vasetto di basilico che Machis e Tachis (che bel gioco di assonanze!) della taverna dove ho cenato molte sere, mi hanno regalato con un sorriso pieno!
Viaggiare è anche tornare…spero presto a Santorini!

Proprio ieri le televisioni hanno dedicato parecchie ore alla diretta fuori dal Palazzaccio, sede della Suprema Corte di Cassazione, in attesa della sentenza per il processo Mediaset (calma, non è un post di natura politica), e i tweet di chi era incollato alla TV e intendeva dire la propria in merito, non si contavano!
Lo stesso accade durante un concerto, un evento o una manifestazione o alla diffusione di una notizia.
Tutte le parole postate in tempo reale per commentare, per approvare o manifestare indignazione, per riflettere o provocare, cosa sono se non live-tweet”?!

Vediamo, allora, – e qui torno al mio –, quali sono le pratiche migliori da osservare per fare un buon live-tweeting!

1) Ogni quanto postare?
Per stabilire se postare ogni minuto o ogni venti o una sola volta in un’ora, immaginate di trovarvi a cena con amici: un vostro intervento ogni minuto stroncherebbe anche i più pazienti e tolleranti tra gli amici, e sareste spediti a quel paese prima di arrivare alla frutta, ma al contrario una sola parola spesa in un’ora risulterebbe un contributo decisamente scarso per una degna partecipazione alla conversazione. Cosa dire di una sana “via di mezzo”?!

2) Usa sempre un hashtag
Se stai facendo un live-tweeting, in realtà stai partecipando ad una conversazione più ampia con un argomento ben preciso (#Berlusconi, #sentenzamediaset, #scassazione, #mediaset) che deve essere riconoscibile dagli altri followers.

3) Scrivi come sei!
Il tuo stile e il tuo punto di vista possono essere solo tuoi! Perciò decidi se vuoi semplicemente riferire un fatto che sta accadendo oppure se vuoi condividere una tua opinione!

4) Cosa aspetti a scattare una foto?
Soprattutto se assisti ad un evento che i tuoi follower non possono vedere (ieri, eri, per caso, a Roma, in zona Piazza Cavour e ti sei avvicinato ai giornalisti in attesa dell’accredito) cattura più immagini che puoi e condividile, possibilmente con un dettaglio che può rendere la foto più accattivante e originale.

5) Controlla chi sta parlando dello stesso argomento.
Se poni una domanda (“Ehi, chi sta seguendo #scassazione da Piazza Cavour?”), fai attenzione a come usi, poi, la @. Se inizi il retweet con la chiocciolina, il tweet sarà visibile solo ai follower della persona che sta parlando di quell’argomento e non apparirà nella timeline dei tuoi follower a meno che non seguano anche la persona con cui stai parlando. Se vuoi che sia visibile a tutti, non usare la @ all’inizio del tweet.
È molto probabile che qualcun altro si aggiunga al live-tweeting.

Il live-tweeting è frutto dell’ispirazione.
Se non decolla, meglio lasciar perdere o limitarsi a commentare gli eventi per come stanno avvenendo.
Ma ieri di cose da dire, ce n’erano, eccome se ce n’erano!